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Autore: Roberto Piccioli

PRESIDIO ANTIFASCISTA CONTRO LA MISTIFICAZIONE DI ITALO BALBO IL 02 LUGLIO ORE 21

Il Forum aderisce alla manifestazione promossa dall’ ANPI e da decine di altre associazioni in contrapposizione al festival identitario organizzato dal comune.

La manifestazione si terrà il 2 luglio 2026 in piazza Trento e Trieste alle ore 21.
Per non dimenticare le gravi responsabilità in violenze ed omicidi politici di chi oggi si vorrebbe riabilitare e celebrare in un ipotetico pantheon dei personaggi celebri ferraresi, CLICCA QUI: la voce di Ferrara italo balbo capo dei fascisti

 

DEL METODO PER FAR MALE LE POLITICHE CULTURALI

DEL METODO PER FAR MALE LE POLITICHE CULTURALI

C’era una volta la cultura degli assessori, poi è venuta avanti la politica dei ‘giacimenti culturali’ ora si è affermata nella nostra città l’epopea del sindaco impresario. Non si vuole entrare qui nel merito delle valutazioni/ricadute economiche dei grandi concerti che questa Amministrazione ha sostenuto per Ferrara. Ancora si attendono a riguardo chiari bilanci economico-sociali che indichino anche ricadute occupazionali sulla nostra comunità. Finora non vi sono stati studi ‘scientifici’ provenienti da istituzioni indipendenti che abbiano mostrato effetti socio-economici rilevanti.

Sono invece altri i temi che qui si vogliono affrontare.

In primis siamo convinti che un’ Amministrazione comunale debba agire in modo diretto o indiretto per sostenere ‘Battiti Live Spring’, il compleanno di Radio 105 o il Superkaraoke ? Questo quesito vale anche per Ferrara Summer Festival ma soprattutto per i due concerti di Vasco Rossi al Parco urbano.

Siamo sicuri che questi eventi, già ampiamente sostenuti dal ‘mercato’ abbiano la necessità di un intervento pubblico e non possano svilupparsi con i propri mezzi ?

Non è forse più legittimo che un’ Amministrazione pubblica riconosca e promuova l’innovazione, le energie artistiche delle giovani generazioni, l’apertura di orizzonti e non si soffermi ad incoraggiare tutto ciò che ha già un ampio consenso ? Molti giovani artisti attendono palcoscenici ove incontrare il pubblico, sale prova dove sperimentare, residenze artistiche ove ricercare. Ferrara non ha spazi d questo tipo e non ne sta progettando (non ne ha approfittato neppure con la grande occasione del PNRR). Sicuramente è nella situazione più critica in Regione.

Che tutta l’operazione Grandi eventi avvenga utilizzando il ‘braccio secolare della Fondazione Teatro Comunale (si veda l’ultima variazione di bilancio per il concerto di Vasco) lascia allibiti. La Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, nel suo Statuto ha il mandato di promuovere la cultura musicale, teatrale, performativa. Ora chiediamoci quale sia il filo che collega questa vocazione ad un rocker, sicuramente di grande fama, come Vasco Rossi, Hunzicker o Marilyn Manson che hanno una forza economica e un seguito di pubblico per sostenersi ampiamente da soli. Questo per dire che ovviamente la nostra città può ospitare eventi di questo tipo, nessuno lo nega, ma non si capisce perché ciò debba avvenire con sostegno pubblico.

L’ altra grande questione riguarda l’uso’ della città per tali avvenimenti.

L’ attuale Amministrazione comunale ‘legge’ gli spazi cittadini come fossero tessere uniformi da riempire a piacere. Ora non vogliamo credere ad un mitico genius loci, né immaginare la città come organismo ma la pensiamo come ambiente. Ogni luogo di Ferrara ‘risuona’ in modo differente, le onde che vi si liberano sono composte dalla sua storia, dalla gente che vi abita, dalle memorie e dai bisogni che li permeano. Disporre grandi concerti accanto al campanile del duomo o attorno alla statua di Ariosto significa non aver ascoltato l’essenza di quei luoghi, significa non aver compreso il vissuto di chi vive la quotidianità di Ferrara. Si è costretto una parte di cittadinanza ad essere esiliata da spazi comuni in una visione della città ingabbiata e talvolta militarizzata.

Tali scelte sembrano governate dalla semplicistica idea: c’è una bella piazza, c’è un ampio parco…ecco lì ci facciamo un concerto ! Da tempo si suggerisce per i grandi concerti un altro spazio nell’area sud della città. Noi del Forum Ferrara Partecipata abbiamo proposto per i grandi eventi l’area aereo portuale, anche con formali osservazioni al Piano Urbanistico Generale. Un luogo che ha già mostrato in passato di saper accogliere manifestazioni di grandi dimensioni (Festival nazionale dell’Unità 1985 con circa tre milioni di visitatori), spazio che andrebbe attrezzato in alternativa al Parco urbano che per il suo delicato equilibrio e ricchezza in biodiversità, ha tutt’altra natura.

Quel che si fatica a comprendere e’ l’ostinazione di questa maggioranza politica a non confrontarsi con ipotesi alternative aprendo tavoli con associazioni e comitati. E qui sta uno dei nodi prioritari della politica ferrarese: l’attuale governo della città non ascolta, non presta l’orecchio alle ragioni di molti cittadini singoli e/o riuniti in associazioni.

Si respira una suggestione diffusa che trova nella nostra Amministrazione un laboratorio privilegiato: superare la democrazia (accantonando la partecipazione o disattivandola) perché lenta o altro e inaugurare una nuova epoca in cui il potere è governo, e il governo è comando. Tutto il resto può solo disciplinarsi in forma gregaria rispettando la nuova gerarchia.

 

Ricerca “Women’s Wise Workshop”- questionario sui servizi di prossimità (dai negozi ai servizi sociosanitari, dagli spazi verdi agli spazi aggregativi).

Ciao! Vivi a Ferrara? Aiutaci a migliorare la città partecipando a una ricerca sui servizi di prossimità: sono i luoghi essenziali (negozi, medici, verde, uffici) raggiungibili in 15 minuti a piedi o in bici da casa. ️

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Compila il questionario qui: Questionario servizi di prossimità

Grazie per il passaparola!

Chi siamo

Il questionario è promosso da “Ferrara, le donne e la città”, un gruppo di cittadinanza attiva che lavora per rendere Ferrara più equa e vivibile per tutte e tutti, seguendo i principi dell’urbanistica di genere.

Questa indagine prosegue il percorso iniziato con la ricerca “Women’s Wise Workshop: dal vivere gli spazi al progettare i luoghi”, realizzata con l’Università di Bari. L’obiettivo è ridefinire spazi, mobilità, periferie e cura dell’ambiente partendo dalle esperienze e dalle esigenze concrete delle donne.

In documenti forum puoi visionare l’altra documentzione relativa al PROGETTO WWW. WOMEN’S WISE WALKSHOPS

per informazioni: forumferrarapartecipata@gmail.com

 

 

 

Il progetto denominato Ravenna CCS è il primo per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica in fase di realizzazione in Italia

 Agenda17 realizzato dal Laboratorio DOS (Design Of Science) dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il Corso in comunicazione della scienza e Public Engagement  e con l’Ufficio stampa, comunicazione istituzionale e digitale dell’Università di Ferrara ha pubblicato il seguente approfondimento.

Agenda 17

AGIRE PER IL CLIMA

EDITORIALI E OPINIONI

Contributi al dialogo – Il progetto di Ravenna per lo stoccaggio della CO2 prodotta dalle industrie avrà dimensione europea

Rischioso, antieconomico e inadatto a contrastare il cambiamento climatico secondo ambientalisti e ricercatori

Febbraio 17, 2026

di Francesca Cigala Fulgosi

Da tempo il problema dello stoccaggio dell’anidride carbonica (Carbon Capture and Storage – CCS) è al centro di un acceso dibattito che abbiamo seguito.

La CCS consiste nella cattura della CO2 emessa dalle industrie e nel suo stoccaggio permanente in formazioni rocciose sotterranee.

Eni e Snam stanno sviluppando il progetto Ravenna CCS – il primo in Italia – che consiste nella realizzazione di un’ infrastruttura CCS in cui l’anidride carbonica emessa viene catturata all’origine, trasportata e immagazzinata nei giacimenti di gas esauriti dell’Adriatico.

L’obiettivo dichiarato è contribuire alla riduzione delle emissioni dei distretti industriali per renderli più sostenibili e più competitivi sul mercato, creando le condizioni per nuove opportunità di crescita economica attraverso la decarbonizzazione.

Su questi temi pubblichiamo il commento che ci ha inviato Francesca Cigala Fulgosi della Rete Giustizia Climatica di Ferrara.

di Francesca Cigala

L’Emissions Gap Report 2025, l’analisi con cui il Programma ambientale delle nazioni unite (United Nations Environment Programme UNEP) traccia i trend del riscaldamento globale, sancisce la gravità dell’emergenza climatica in atto e ci dice che siamo ben lontani dagli obiettivi dell’agenda di Parigi, che le politiche attuali ci portano verso +2,8°C entro il 2100 e che se vogliamo proteggere e salvare l’umanità e il Pianeta c’è una sola strada percorribile: diminuire drasticamente e con urgenza l’uso dei combustibili fossili.

Ma le lobby del fossile e degli interessi finanziari si oppongono fortemente a questa inversione di rotta e cercano di influenzare in tutti i modi le politiche energetiche ed ambientali.

Lo dimostra l’esito della recente COP 30 di Belén che si è conclusa, a seguito delle pressioni dei petrostati e delle multinazionali petrolifere, senza alcun impegno ufficiale ad abbandonare i fossili, escludendo l’elaborazione di una road-map per la transizione dai combustibili fossili richiesta da ben ottantadue Paesi.

A fronte del fallimento delle trattative intergovernative, diventa sempre più necessario spostarsi da una dimensione planetaria generale a una dimensione locale e impegnarsi sui territori per tentare di ridurre gli impatti dell’attività antropica, per fare pressione sui governi locali affinché vengano presi tutti i provvedimenti necessari all’uscita dal fossile e per decidere con la partecipazione dei cittadini cosa si può fare, o cosa non si può più fare, per contrastare l’effetto serra.

Il progetto Ravenna CCS

Ravenna CCS è il primo impianto italiano per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica realizzato a Ravenna da Eni e Snam. Ravenna dovrebbe diventare l’hub CCS di riferimento per l’Europa meridionale e il Mediterraneo.

Per Eni e Snam la CCS rappresenta una leva fondamentale per la transizione energetica, “per poter decarbonizzare le produzioni delle industrie più energivore, per cui, allo stato attuale, non vi sono alternative tecnologiche altrettanto efficaci”. E i progetti di CCS “possono creare opportunità di crescita e sviluppo perché rendono più competitive le attività industriali riducendo le loro emissioni di CO2”.

Per le associazioni ambientaliste e molti scienziati la CCS rappresenta una delle operazioni più eclatanti di greenwashing a favore delle lobby del fossile, “proporre la cattura e lo stoccaggio della CO2 rappresenta un alibi straordinario per continuare a usare i fossili contribuendo alla crescita esponenziale del disastro ambientale”.

Una falsa soluzione, secondo il rapporto di ReCommon. Una tecnologia più rischiosa che utile”, per il WWF che chiede di escludere il ricorso alla CCS quale soluzione per la strategia di decarbonizzazione.

Dalla Romagna all’Europa

Nella prima fase, il progetto Ravenna CCS, la CO2 emessa dalla centrale Eni di Casalborsetti viene catturata e trasportata alla piattaforma di Porto Corsini, al largo di Ravenna, per essere iniettata e stoccata permanentemente in un giacimento di gas esaurito, a circa 3mila metri di profondità. La previsione è lo stoccaggio di 25 mila tonnellate per anno.

A ottobre 2024 ENI e SNAM hanno annunciato l’avvio delle attività mettendo le popolazioni di fronte ai fatti compiuti, senza che queste siano state protagoniste di qualsivoglia consultazione.

Nella seconda fase, il progetto Pianura, la CO2 del polo chimico di Ferrara verrà catturata e trasportata, dopo la realizzazione di un lunghissimo gasdotto di 75 chilometri, attraverso i territori di Ferrara, Voghiera, Portomaggiore e Argenta, alla stazione di pompaggio di Casalborsetti, e da qui alla piattaforma di Porto Corsini, al largo di Ravenna, per essere iniettata e sotterrata. La previsione è di stoccare fino a 4 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030.

Nella terza fase, con il progetto Callisto, prolungando il gasdotto da Ferrara, Ravenna riceverà CO2 da Marghera e da altri impianti energivori del Nord Italia. Riceverà poi CO2, via nave, dalla Francia, da Marsiglia e dalla valle del Rodano. A fine 2023, la Commissione europea ha infatti inserito il progetto di ENI e Snam, in partnership con Air Liquide, “Callisto Mediterranean CO2 Network”, nella lista dei progetti infrastrutturali transfrontalieri chiave per l’Europa. Lo stoccaggio di CO2 previsto è fino a 16 milioni di tonnellate all’anno.

Sarà poi anche ferrarese uno dei primi esempi di CCS applicata a un impianto di termovalorizzazione. Hera ha presentato un progetto per catturare, con una tecnologia enzimatica di Saipem, l’anidride carbonica in uscita dai camini per poi stoccarla nei fondali marini di Ravenna per abbattere le emissioni di CO2 prodotte (64.000 tonnellate annue).

Scrive Hera.” È un traguardo molto importante, che ci vede pionieri in Italia … Si tratta di una tecnologia sicura…che associa le attività di economia circolare volte al recupero della materia con i processi di decarbonizzazione. Con questa soluzione allunghiamo la vita degli impianti aumentandone la resilienza”.

In questo modo invece, diciamo noi, così si riuscirà a mantenere più a lungo in vita l’inceneritore, mantenendo i profitti per Hera (già oggi potrebbe essere dismessa una delle due linee dell’impianto, dato che il 61% dei rifiuti bruciati sono rifiuti speciali).

I rischi: sismico, di tossicità, chimici, trasporto e fuga

Rischi di sismicità indotta: gli effetti a lungo termine di grandi quantità di CO2 immesse in un sito di stoccaggio geologico sono ancoar poco conosciuti, ma terremoti di magnitudo non trascurabile legati ad iniezioni di Co2 nel sottosuolo sono stati registrati negli Stati Uniti, in Algeria, in Canada e nel Mare del Nord; questo rischio non va sottovalutato nel territorio ravennate che presenta un rischio sismico medio-alto ed è soggetto a significativi fenomeni di subsidenza.

Rischi di tossicità: rischi di intossicazione fino all’asfissia legati alla gestione della CO2 ad alta pressione. La CO2, inodore e incolore, se rilasciata in grandi quantità in spazi confinati (impianti di cattura, stazioni di pompaggio, locali tecnici), sposta l’ossigeno creando un ambiente immediatamente pericoloso per la vita.

Le infrastrutture di trasporto, come i gasdotti che dovranno attraversare il territorio nazionale, opereranno a pressioni elevate per mantenere la CO2 in uno stato supercritico o liquido, amplificando il potenziale di danno in caso di perdite o rotture strutturali.

Rischi nel processo di cattura: gli impianti industriali che installano unità di cattura della CO2 introducono nuovi rischi chimici legati all’uso di solventi e reagenti (come le ammine nel processo di post-combustione).

Rischi nel processo di trasporto: la CO2 è corrosiva per i condotti. Una rottura del gasdotto espone la popolazione a gravi rischi per la salute.

Nel 2023 un carbonodotto è esploso a Satartia in Mississippi con decine di feriti e negli ultimi 15 anni sono state documentate ben 76 fuoriuscite della CO2 negli Usa. In particolare poi i territori attraversati dal gasdotto da Ferrara a Ravenna sono ambienti fragili: molte tratte sono in zona sismica 2, tra Argenta e Alfonsine, e in zone a rischio allagamento come successo con le recenti alluvioni ( il gasdotto attraverserà il Lamone ).

Rischi nel processo di stoccaggio: sono possibili fughe della CO2 sequestrata,, disastri come quelli di Trecate e della Deepwater Horizon mostrano che non è sufficiente la stabilità geologica a scongiurare fughe.

Il rilascio in mare aperto provocherebbe l’acidificazione del mare con profonde conseguenze per la fauna e l’ambiente.

Una fuoriuscita improvvisa potrebbe creare danni gravi alla salute della popolazione. In aree sismiche caratterizzate dalla presenza di faglie note, come la fascia adriatica, non si può escludere che terremoti modifichino la capacità futura di un sito di stoccaggio di trattenere il contenuto.

Insufficiente valutazione di impatto ambientale (VIA): i progetti non vengono sottoposti a un’adeguata valutazione, completa e trasparente, a causa delle nuove procedure. Il progetto Ravenna CCS è stato avviato senza nessuna valutazione di impatto ambientale perché rientrante tra le opere strategiche per la transizione energetica di pubblica utilità e urgenza ( i progetti sperimentali per lo stoccaggio fino a 100mila tonnellate di CO2 possono partire senza una valutazione degli impatti ambientali).

Il progetto Pianura, verrà realizzato con procedure di valutazione ambientali accelerate e semplificate, dimezzando anche i tempi per le osservazioni dei cittadini.

Insufficiente iI bilancio dei pochi impianti esistenti

La tecnologia CCS è ancora in una fase sperimentale di ricerca, con risultati fallimentari o incerti, non è una soluzione matura, E non è efficiente per affrontare la crisi climatica. Secondo l’ Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), infatti entro la scadenza del 2050 la CCS, anche se venisse adottata diffusamente, potrebbe arrivare a ridurre al massimo l’8% delle emissioni del settore energetico. Ora agisce per lo 0,12%.

La storia della CCS è caratterizzata dal fallimento. Tra il 1995 e il 2018 sono stati intrapresi oltre 260 progetti CCS: di questi solo 27 sono stati completati.

Uno studio pubblicato nel 2022 dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) ha riscontrato che i progetti di cattura del carbonio con prestazioni insufficienti superavano notevolmente quelli di successo: “dieci tra i 13 maggiori impianti CCS al mondo analizzati (che ammontano a circa il 55% della capacità nominale di cattura installata a livello globale) o sono ampiamente sottoperformanti o sono falliti”. “Sebbene ci siano alcune indicazioni che potrebbe avere un ruolo da svolgere in settori difficili da abbattere come cemento, fertilizzanti e acciaio, i risultati complessivi indicano un quadro finanziario, tecnico e di riduzione delle emissioni che continua a sovrastimare e performare meno”, e Bruce Robertson, autore dello studio ha concluso così: “Come soluzione per affrontare l’aumento catastrofico delle emissioni nel suo attuale quadro, la CCS non è una soluzione climatica”.

Secondo Oil Change International: “Non solo risulta che i principali impianti in Usa, Australia, e Medio Oriente operano a capacità significativamente ridotte (tra il 10 e il 60%), ma la maggior parte di quelli operativi utilizzano la CO2 per estrarre ulteriormente idrocarburi attraverso il processo di Enhanced Oil Recovery”.

Per quanto riguarda poi il bilancio energetico ogni singolo stadio del processo CCS richiede molta energia. “Una quota superiore al 30% di quella prodotta da una centrale termoelettrica a combustibili fossili viene impiegata solo per il processo di separazione del CO2 mediante ammine”, spiega Armaroli. Un’analisi comparativa dimostra inequivocabilmente che l’elettricità prodotta dalle energie rinnovabili ha un ritorno energetico superiore a quello della elettricità da centrali termoelettriche dotate di CCS.

Infine, agendo solo sulla CO2, non contribuisce a ridurre le altre emissioni inquinanti prodotte dalla combustione dei fossili, come invece fanno le altre opzioni di decarbonizzazione.

Costi insostenibili senza finanziamenti pubblici

Il CCS è’ una tecnologia economicamente non sostenibile. Ogni fase del processo è estremamente costosa.

l’IPCC in una panoramica delle opzioni di mitigazione e dei relativi intervalli stimati di costi e potenziali, tra le diverse misure per la decarbonizzazione, attribuisce alla CCS costi tra i più elevati e risultati tra i più irrisori.

Innumerevoli nel mondo sono i progetti falliti sul piano economico. Secondo Zero Carbon Analytics la CCS non è riuscita a decollare per due motivi: i costi e la crescente competitività delle energie rinnovabili. A fronte del crollo dei costi del solare e dell’eolico, il costo della CCS è rimasto altissimo e invariato negli anni, e i progetti attualmente esistenti sono per la maggior parte sostenuti con sussidi pubblici.

Anche nel caso locale il progetto Ravenna CCS è stato avviato nel 2024 solo dopo aver avuto garanzia di finanziamenti pubblici.

Utilizzando i pozzi esausti per lo stoccaggio della CO2 le compagnie petrolifere avranno l’immediato vantaggio economico di risparmiare gli ingenti costi per le bonifiche dovute, procrastinandoli a un tempo indefinito. Quindi si accollano alle generazioni future non solo i rischi della CO2 stoccata, ma anche quelli della bonifica di infrastrutture sostanzialmente anacronistiche.

Bilancio costi/benefici

I diversi progetti di CCS finora, nel mondo, si sono dimostrati deludenti, insicuri, assolutamente non convenienti economicamente e, soprattutto, non utili a contrastare il cambiamento climatico.

“Produrre CO2 per poi catturarla e immagazzinarla è un procedimento contrario ad ogni logica scientifica ed economica; è molto più semplice ed economico usare, al posto dei combustibili fossili, le energie rinnovabili, fotovoltaico, eolico, idroelettrico, che non producono né CO2, né inquinamento” afferma Vincenzo Balzani, professore emerito del dipartimento di Chimica di UniBo.

“Il tempo è scaduto: non abbiamo margini per investire tempo e risorse pubbliche in una soluzione come la CCS che, dopo oltre 50 anni di costosi quanto clamorosi insuccessi, non ha mostrato la capacità di poter andare oltre il suo perenne status di curiosità scientifica.”

Afferma Nicola Armarolii dirigente di ricerca del CNR.

Per noi della Rete Giustizia Climatica la cattura e stoccaggio della CO2 viene proposta come operazione in favore del clima, ma è solo una facciata dietro cui le società degli idrocarburi si nascondono per continuare a estrarre gas e petrolio il più a lungo possibile, ottenendo l’autorizzazione a rimandare sine die il taglio delle emissioni, a scopo di lasciare la situazione complessiva così come sta: quindi si tratta di una grande operazione di greenwashing.

 

​ PETIZIONE PER LA MESSA IN SICUREZZA E LA RIQUALIFICAZIONE DEGLI ASSI VIARI DI CORSO GIOVECCA / VIALE CAVOUR  E CORSO PORTA MARE / PORTA PO

Il gruppo MOBILITA’ del Forum ha elaborato una PETIZIONE PER LA MESSA IN SICUREZZA E LA RIQUALIFICAZIONE DEGLI ASSI VIARI DI CORSO GIOVECCA / VIALE CAVOUR  E CORSO PORTA MARE / PORTA PO con la richiesta di attuare urgentemente le misure previste dal Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS)

Per consegnare la petizione al Sindaco sono necessarie 100 firme, ma intendiamo raccoglierne di più. Per questo invitiamo tutti a partecipare attivamente alla raccolta delle firme. E’ sufficiente che ognuno firmi e raccolga le firme di parenti e conoscenti. In tanti potremo ottenere un buon risultato.

Di seguito  il link e per chi voglia prodursi attivamente alla raccolta firme, alcune indicazioni:

– Stampare il documento allegato che contiene già il modulo con 15 firme

– Possono firmare tutte le persone residenti nel comune di Ferrara che abbiano compiuto 16 anni (non raccogliamo le firme delle persone domiciliate perché la procedura è complessa)

–   Scrivere tutti i dati in stampatello, solo la firma in corsivo

–  Consegna dei moduli firmati: 1) il giorno 9 luglio dalle 18 alle 19 presso il bar Paradiso verde in viale Alfonso d’ Este 1  2) contattando Francesca al 3473118833.

PETIZIONE Giovecca_Portamare

A quindici anni dal tradito referendum sull’acqua, inchiesta sulle pratiche di privatizzazione del servizio idrico

Tratto da Altreconomia 293 — Giugno 2026

I tentacoli della finanza sull’acqua. Inchiesta sul referendum tradito

di Luca Martinelli — 1 Giugno 2026

Una protesta a Milano contro la privatizzazione dell’acqua pubblica davanti al palazzo della Regione. Nel capoluogo lombardo l’assalto dei privati sull’acqua è stato, per ora, sventato © Agenzia Fotogramma

I 26 milioni di “Sì” che nel 2011 avevano chiesto la gestione pubblica delle risorse idriche sono stati disattesi. Le controparti -A2A, Acea, Hera e Iren- hanno vinto. Gli azionisti, tra cui BlackRock, festeggiano mentre i costi in bolletta esplodono.

A quindici anni dal referendum del 12 e 13 giugno 2011, mentre emergono a causa della crisi climatica nuove consapevolezze sulla complessità della gestione di acquedotti, fognature e sistemi di depurazione, il bilancio di quel voto è senz’altro negativo.

Anche se 26 milioni di italiani scelsero il “Sì” (cioè la maggioranza assoluta della popolazione, dato da tenere a mente visto il progressivo allontanamento dalle urne negli ultimi tre lustri), decidendo di abrogare due norme relative all’affidamento dei servizi pubblici locali e alla determinazione della tariffa del servizio idrico integrato, a vincere davvero sono stati i grandi “nemici” di allora: le società multi-servizi (oltre all’idrico gestiscono rifiuti e distribuzione elettrica e gas) quotate in Borsa, A2A, Acea, Hera e Iren.

L’immagine che meglio le descrive è quella delle piovre che allargando e allungando i tentacoli coprono un’area sempre più estesa del Paese. Questo è vero, in particolare, per Acea, Hera e Iren che hanno visto aumentare in modo significativo il numero di abitanti serviti, che è passato da 13,87 milioni di persone nel 2014 a 16,5 milioni nel 2025: il 20% in più e pari al 28% della popolazione del Paese alla fine dello scorso anno.

Oltre un residente su quattro, insomma, paga la bolletta a una società quotata in Borsa. E questa è sempre più cara: nel 2025 la spesa media sostenuta dalle famiglie italiane è stata pari a 528 euro, il 5,4% in più rispetto ai 500 del 2024, mentre confrontando il dato con il 2019, il costo a livello nazionale è aumentato del 30%, come spiega il dodicesimo “Rapporto sul servizio idrico integrato”, presentato dall’organizzazione Cittadinanzattiva a marzo 2026.

“La tariffa media è calcolata considerando una famiglia di tre componenti e un consumo di 182 metri cubi annui. Nel 2011 la spesa annua era pari a 274 euro. L’aumento è del 92%, a fronte di un’inflazione sotto il 30%”, spiega Corrado Oddi, tra i portavoce del Forum italiano dei movimenti per l’acqua e del Comitato referendario “2 Sì per l’acqua bene comune”, oggi tra i referenti della Rete emergenza climatica e ambientale in Emilia-Romagna. Oddi invita a scorrere l’elenco delle città più care sul dossier di Cittadinanzattiva. Sul podio ci sono Frosinone (973 euro), Pisa (861 euro) e Livorno (860 euro), dove il servizio idrico integrato è affidato direttamente a società pubblico-private partecipate da azionisti quotati: sono Acea Ato 5 (controllata al 98,5% da Acea, a Frosinone), Acque (partecipata 45% da Acea, a Pisa) e Asa (partecipata al 40% da Ireti, cioè Iren, a Livorno).

Le città più care d’Italia sono Pisa, Frosinone e Livorno dove il servizio idrico è affidato direttamente a società pubbliche-private partecipate da azionisti quotati

Eccola la piovra: ramificazioni di partecipazioni che rendono sempre più complesso capire dove -ovvero in quali territori- ci potrebbe essere spazio per parlare di ripubblicizzazione, cioè dell’idea che la vittoria al referendum potesse avviare una stagione per allontanare i soci privati e le società quotate ma anche portare a riformare il modello delle società per azioni in house.

È certo, in questo campo, che “il referendum, con il primo quesito, ha comunque rallentato i processi di privatizzazione”, come sostiene Oddi. Alcune Regioni, città e Aree metropolitane restano saldamente in mano a società pubbliche, ad esempio la Regione Puglia, il Comune di Milano, la Città metropolitana di Milano o quella di Torino, e probabilmente questo ha portato anche a un rallentamento nell’espansione dei tentacoli: la quarta multiutility quotata, A2A, ad esempio, si sta lentamente sfilando dal settore, complice l’impossibilità di conquistare la gestione del servizio nelle proprie aree di riferimento, in particolare la Lombardia.

In Toscana, è nato il progetto di Plures, una multiutility a controllo pubblico che dopo aver liquidato il socio privato presente a Firenze, Prato e Pistoia, che è Acea, avrebbe dovuto quotarsi in Borsa. “Questo non accadrà -continua Oddi-, perché i comitati hanno manifestato la propria contrarietà. A Empoli anche con un referendum comunale, indirizzando al momento la scelta della Regione verso il pubblico”. E ancora: “Ci sono vertenze aperte a Cuneo (dove a metà maggio è stata votata la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, ndr), a Macerata e poi Parma e Ferrara dove, con le concessioni in scadenza nel 2027, vorremmo porre la questione dell’affidamento in house”.

L’in house providing, cioè l’affidamento diretto senza gara a un’azienda controllata al 100% dagli enti pubblici territoriali, era il nemico pubblico del Governo Berlusconi e del ministro degli Affari europei Andrea Ronchi, ex missino in quota Alleanza nazionale, che lega il suo nome a quella riforma e che oggi è presidente di Ferservizi Spa, una società (100% pubblica) che fa parte del gruppo Ferrovie dello Stato.

“Attualmente è sotto attacco l’esperienza di ABC Napoli, l’unica azienda speciale a gestire il servizio in una città importante -spiega Oddi- il sindaco Manfredi ha in testa di trasformarla in una Spa a capitale pubblico”. La differenza non è solo formale ma è uno dei temi di cui tanto si è discusso al tempo del referendum: l’azienda speciale è un soggetto di diritto pubblico e non di diritto privato mentre una società per azioni potrebbe sempre aprire il proprio capitale a soci privati.

ABC Napoli ha bilanci in ordine con pochi utili ma, e come emerge dal report di Cittadinanzattiva, Napoli e la Campania sono anche il capoluogo e la Regione dove le tariffe sono cresciute meno negli ultimi anni: la bolletta nel 2025 è di 251 euro meno della metà della media nazionale. “Il Governo Draghi con il decreto legislativo 201 del 2022 ha tolto la possibilità di affidamento della gestione ad aziende speciali per i servizi a rete -conclude Oddi-. Per società già esistenti, come ABC, c’è però la possibilità di una proroga”.

Attualmente è sotto attacco l’esperienza di ABC Napoli, l’unica azienda speciale a gestire il servizio in una città importante”

– Corrado Oddi

Un dato evidenzia ciò che può accadere quando il servizio è affidato a privati. Lo si misura sfogliando i bilanci dell’ultimo decennio di Acea, Hera e Iren: tra il 2014 e il 2025 le tre società quotate in Borsa hanno cumulato sull’idrico oltre 6,5 miliardi di margine operativo, 3,5 miliardi dei quali solo Acea e le sue controllate. Ogni anno le stesse aziende pagano agli azionisti dividendi sempre più alti mentre incassano finanziamenti pubblici per realizzare gli investimenti, anche quelli del Piano nazionale ripresa e resilienza (Pnrr): nel 2026 il consiglio d’amministrazione di Acea propone all’assemblea un dividendo di 1,20 euro per azione (il cui valore nominale è di 5,16 euro); per ogni azione Hera il dividendo è di 0,16 euro (valore nominale un euro); per quanto riguarda Iren, infine, la cedola è pari a 0,055 euro per azione (valore nominale un euro).

La situazione però non riguarda solo margini e dividendi. La finanziarizzazione è anche altro: nel 2011 il 60,8% delle azioni Hera era controllato dal pubblico, nel 2025 tale quota è scesa al 45,82%. E tra i soci privati ci sono la banca d’affari Lazard e poi BlackRock, Vanguard, e State Street: la utility, insomma, è finita “nelle mani dei fondi”, citando il titolo del libro di Alessandro Volpi uscito nel 2024 per Altreconomia.

Nel 2011 il 60,8% delle azioni Hera era controllato dal pubblico, nel 2025 la quota è scesa al 45,82%. Tra i soci privati ci sono BlackRock, Vanguard e State Street

C’è poi il tema della revisione del meccanismo tariffario prevista dal secondo quesito referendario. Il punto è che, invece di cancellare la remunerazione del capitale, com’era indicato dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, le modifiche hanno finito per introdurre nuovi oneri che non vanno a coprire solo gli investimenti sulla rete ma -come è stato scoperto a Trieste, dove il gestore è Acegas-Aps, controllato da Hera- remunerano ad esempio anche i super stipendi dei dirigenti.

La rendita “certa” all’interno di un mercato regolato porta poi ad altri paradossi che non possono essere ignorati: nel 2011 la capitalizzazione di Hera valeva 1,22 miliardi di euro, nel 2025 quasi sei miliardi di euro. Di questi, circa 3,25 miliardi sono in mani private che usano le azioni delle utility come asset finanziari.

Tra il 2014 e il 2025 Acea, Hera e Iren, tutte quotate in Borsa, hanno cumulato sull’idrico oltre 6,5 miliardi di margine operativo, 3,5 miliardi solo Acea e le sue controllate

Una dimostrazione è quanto successo nei primi mesi del 2026 nell’azionariato di Acea: a fine 2025 la multinazionale francese Suez deteneva il 23,33% delle azioni (valore 444,18 milioni di euro nel 2014, 1,1 miliardi nel 2025), mentre l’editore e costruttore Francesco Gaetano Caltagirone il 7,75% (che valeva 147,55 milioni nel 2014, 364,8 a fine 2025); nel primo trimestre entrambi sono scesi e vendendo le azioni Acea hanno incassato, secondo le nostre stime, ben 200 milioni (Suez) e 115 milioni di euro (Caltagirone).

La stima di quanto ha incassato l’editore e costruttore Francesco Gaetano Caltagirone nel primo trimestre 2026 vendendo una parte della propria partecipazione in Acea è di 115 milioni di euro

Acea intanto riceve finanziamenti pubblici (703 milioni di euro solo in ambito Pnrr) e potrebbe ottenere di posticipare di dieci anni la scadenza della concessione di gestione dell’acquedotto di Roma e provincia (in capo ad Acea Ato 2, quattro milioni di persone servite) per recuperare il capitale che investirà nel contestatissimo raddoppio dell’Acquedotto del Peschiera, un contenzioso aperto da vent’anni con il territorio reatino da cui proviene gran parte dell’acqua consumata nella capitale.

Questa inchiesta è dedicata a Emilio Molinari (1939-2025), cuore e testa di quello straordinario movimento e anche molto altro © Gigi Malabarba

Il professor Emanuele Fantini, che insegna all’Ihe delft institute for water education, il più grande istituto internazionale al mondo per la formazione post-laurea nel settore delle risorse idriche con sede a Delft in Olanda, sottolinea l’esigenza di riprendere lo spirito referendario, quello della straordinaria campagna che portò nel 2010 a raccogliere 1,4 milioni di firme. “Quel movimento seppe influenzare una serie di battaglie per altri beni comuni, dai fiumi al suolo, passando per quelle contro l’impianto delle mini centrali idroelettriche, sempre declinate in tema di beni comuni -spiega-. A questi si è poi aggiunto il tema della cura, che resta centrale tra attivisti e ricercatori, riuscendo a tenere insieme scala locale, azioni sul territorio e il legame con una rete di solidarietà internazionale all’interno di spazi, come il Forum sociale mondiale, che oggi mi sembra facciano fatica. La crisi climatica rende ancor più necessario tutto questo”. A 15 anni dal referendum, tornare a parlare di acqua bene comune è un’urgenza assoluta.

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Approfondimento sul tema del nucleare in Italia

L’Associazione medici per l’ambiente critica il disegno di legge delega sul ritorno all’atomo e mette in fila rischi sanitari, costi, scorie, tempi lunghi e dipendenza tecnologica dall’estero

Il ritorno del nucleare in Italia, anche nella versione dei piccoli reattori modulari, non rappresenta una risposta adeguata alla crisi climatica ed energetica. È questa la posizione espressa da ISDE Italia, Associazione medici per l’ambiente, nel position statement “Il nucleare, in questo momento, è una scelta insostenibile, non sicura e incompatibile con la tutela ambientale e sanitaria”, firmato da Agostino Di Ciaula, Fabrizio Bianchi, Fausto Bersani, Gianni Tamino, Maria Grazia Petronio e Roberto Romizi.

Il documento arriva mentre il disegno di legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, già approvato in prima lettura dalla Camera, prosegue il suo iter parlamentare. Il provvedimento punta a costruire un quadro normativo per valutare e disciplinare l’impiego delle tecnologie nucleari di nuova generazione e dell’energia da fusione, con particolare attenzione agli Small Modular Reactors, cioè piccoli reattori modulari.

Secondo ISDE Italia, tuttavia, questa prospettiva presenta criticità rilevanti e rischia di distogliere risorse, tempo e attenzione dalle soluzioni già disponibili: fonti rinnovabili, efficienza energetica, reti intelligenti, sistemi di accumulo e comunità energetiche rinnovabili.

I rischi sanitari per lavoratori e comunità

Il primo punto sollevato dall’associazione riguarda la salute. ISDE richiama recenti evidenze scientifiche internazionali secondo cui l’esposizione a basse dosi di radiazioni ionizzanti può aumentare il rischio sanitario per i lavoratori del settore nucleare e per le comunità che vivono nei pressi degli impianti.

Il problema, sottolineano gli autori, non riguarda soltanto gli incidenti gravi, ma anche esposizioni considerate compatibili con gli standard regolatori. Gli effetti citati sono soprattutto di tipo oncologico, con particolare attenzione alla popolazione esposta per ragioni professionali o residenziali.

Piccoli reattori modulari, una tecnologia ancora incerta

Il Governo presenta i piccoli reattori modulari come una possibile “nuova via italiana” al nucleare. Ma per ISDE questa tecnologia non può essere considerata una soluzione pronta, sicura e conveniente.

Gli Small Modular Reactors, ricorda il documento, nascono in ambito militare per la propulsione di sottomarini e portaerei e non hanno ancora una diffusione civile consolidata su larga scala. Restano aperte molte incognite: tempi di progettazione e realizzazione, costi effettivi, gestione delle scorie, sicurezza degli impianti e reale contributo alla decarbonizzazione.

Ancora più lontana appare la prospettiva della fusione nucleare. ISDE sottolinea che si tratta di una tecnologia ancora sperimentale, con costi cresciuti rispetto alle stime iniziali e tempi incompatibili con l’urgenza della crisi climatica. Le valutazioni realistiche collocano una possibile diffusione su larga scala non prima del 2060.

Tempi troppo lunghi per la crisi climatica

La crisi climatica richiede riduzioni rapide delle emissioni climalteranti. Per ISDE, il nucleare non risponde a questa urgenza perché richiede tempi lunghi di pianificazione, autorizzazione, costruzione e messa in esercizio.

Nel frattempo, le risorse economiche e politiche potrebbero essere sottratte a misure immediatamente praticabili: uscita dalle fonti fossili, sviluppo estensivo delle rinnovabili, ammodernamento della rete elettrica, accumuli, efficienza energetica e semplificazione delle comunità energetiche rinnovabili.

Il punto centrale è che il nucleare rischia di arrivare troppo tardi rispetto agli obiettivi climatici, mentre le fonti rinnovabili sono già disponibili, sempre più competitive e più rapide da installare.

Scorie radioattive, il nodo irrisolto

Uno degli aspetti più critici resta la gestione dei rifiuti radioattivi. L’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo neppure per i rifiuti derivanti dalle vecchie centrali nucleari chiuse dopo il referendum e dagli altri usi civili e sanitari delle tecnologie radioattive.

Secondo ISDE, il problema potrebbe aggravarsi con i piccoli reattori modulari. Alcuni studi indicano infatti che questa tecnologia potrebbe produrre, per unità di energia generata, una quantità di rifiuti radioattivi superiore rispetto ai reattori nucleari oggi più diffusi.

Per l’associazione, avviare una nuova stagione nucleare senza aver risolto il problema delle scorie significherebbe trasferire rischi e responsabilità alle generazioni future.

Il fabbisogno di impianti e il rischio del territorio italiano

Il documento richiama anche le stime contenute nella relazione illustrativa del disegno di legge sul nucleare sostenibile: per coprire tra l’11% e il 22% della domanda elettrica italiana servirebbero tra 8 e 16 gigawatt di capacità nucleare installata.

Considerando una taglia di circa 100 megawatt elettrici per ogni piccolo reattore modulare, ISDE stima che sarebbero necessari circa 120 impianti, una quantità paragonabile a un reattore per provincia. Una prospettiva giudicata irrealistica anche alla luce della fragilità del territorio nazionale, segnato da rischio idrogeologico e sismico diffuso.

Costi, uranio e dipendenza dall’estero

La sostenibilità economica è un altro punto contestato. ISDE evidenzia l’aumento del prezzo dell’uranio, passato da circa 26 dollari per libbra nel giugno 2016 a circa 85 dollari per libbra oggi, con previsioni di ulteriore crescita.

A questo si aggiunge la dipendenza tecnologica e di approvvigionamento da Paesi extraeuropei. Le tecnologie dei piccoli reattori modulari sono sviluppate soprattutto da aziende fuori dall’Unione europea, mentre l’Europa dipende quasi interamente dall’estero per uranio e servizi di lavorazione.

In un contesto geopolitico instabile, osserva ISDE, puntare sul nucleare significherebbe sostituire una dipendenza energetica con un’altra, invece di rafforzare l’autonomia attraverso rinnovabili, reti distribuite e produzione locale.

Sicurezza informatica e rischio di incidenti

I piccoli reattori modulari, essendo impianti fortemente digitalizzati, automatizzati e potenzialmente controllabili da remoto, pongono anche problemi di sicurezza informatica. ISDE segnala la vulnerabilità a possibili attacchi cyber, con conseguenze potenzialmente gravi su infrastrutture ad alto rischio.

Il documento richiama inoltre i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sugli eventi legati a contrabbando, furti, smarrimenti o traffico illecito di materiali radioattivi. Tra il 1993 e il 2025 sono stati registrati oltre 4.600 eventi in 145 Stati monitorati; nel solo 2025 gli incidenti segnalati sono stati 235 in 34 Paesi.

Una questione anche democratica

Per ISDE, la transizione energetica non è soltanto una scelta tecnica, ma anche democratica. Il modello proposto dall’associazione è quello di una produzione energetica distribuita, fondata su rinnovabili, comunità energetiche, partecipazione locale, accesso equo all’energia e controllo pubblico e comunitario delle scelte strategiche.

Il nucleare, al contrario, viene descritto come una tecnologia centralizzata, costosa, dipendente da grandi operatori industriali e poco compatibile con una governance partecipata. In questa prospettiva, la transizione energetica dovrebbe rafforzare democrazia, giustizia sociale, tutela sanitaria e rispetto dell’ambiente.

La conclusione di ISDE

La posizione dell’Associazione medici per l’ambiente è netta: nelle condizioni attuali, il nucleare anche di nuova generazione è una scelta inadeguata, insostenibile, rischiosa e non compatibile con la tutela ambientale e sanitaria di lavoratori e comunità.

Per affrontare crisi climatica, crisi energetica e instabilità geopolitica, ISDE indica una strada diversa: abbandono delle fonti fossili, sviluppo deciso delle rinnovabili, efficienza energetica, reti moderne, sistemi di accumulo e comunità energetiche rinnovabili. Una strategia che, secondo l’associazione, può garantire risultati più rapidi, meno rischiosi e più coerenti con la tutela della salute pubblica.

POSITION STATEMENT ISDE ITALIA: Il nucleare, in questo momento, è una scelta insostenibile, non sicura e incompatibile con la tutela ambientale e sanitaria, giugno 2026