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Autore: Roberto Piccioli

Togliere cemento e ripristinare natura

🌱MENO CEMENTO, PIÙ SUOLO VIVO E VERDE URBANO.
Ecco il principio semplice introdotto dalla bozza del Piano Nazionale di Ripristino della Natura.

📃COSA PREVEDE IL PIANO?
Entro il 2030 stop alla perdita netta di spazi verdi e copertura arborea nelle città.
Dopo il 2030 gli spazi verdi dovranno aumentare.

🌳 RIPRISTINARE NON SIGNIFICA PIANTARE QUALCHE ALBERO
Il Piano parla di depavimentazione, tutela del suolo e riduzione delle superfici impermeabili.
Non solo nuove piantumazioni.

💧MENO ASFALTO C’È, PIÙ LE CITTÀ SONO VIVIBILI.
Cortili scolastici, parcheggi, piazze e aree dismesse possono diventare spazi permeabili e ombreggiati.

🌍 IL RIPRISTINO DEVE DIVENTARE GIUSTIZIA CLIMATICA 
Non ci serve altro cemento travestito da rigenerazione.
Ci serve restituire spazio a suolo, acqua, ombra, biodiversità e vita collettiva.

Consigliamo la lettura completa dell’articolo pubblicato sul sito della organizzazione A SUD, da vent’anni impegnata per la giustizia ambientale e climatica  👇

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L’inedita coppia Anci e Ance vuole mandare all’aria il Piano di ripristino della natura

Tratto da Altrecomomia, un interessante commento di Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano dove insegna nei percorsi di Architettura e di Ingegneria Ambientale. Si occupa da sempre di suolo, consumo di suolo ed effetti ambientali ed ecologici. Oltre a questo si occupa di Lentezza e pianificazione di linee lente ciclabili e camminabili. È stato consulente per progetti nazionali e internazionali ed è stato ideatore e responsabile scientifico del progetto di ciclovia VENTO (www.cicloviavento.it), del progetto TWIN (www.twin.polimi.it) e ora di BorghiLenti (www.borghilenti.it). Sul mensile Altreconomia cura la rubrica “Piano terra”. Ha scritto articoli e numerosi libri sul suolo. È autore di “L’Intelligenza del suolo” (2022), “100 parole per salvare il suolo” (2018) e “Il suolo sopra tutto” (2017) con Matilde Casa per Altreconomia; di “Progettare la lentezza” (People, 2020), “Urbanistica Fragile” (Lettera 22, 2022) con Rossella Moscarelli e “Piazze scolastiche” (Corraini, 2022) con Cristina Renzoni e Paola Savoldi.

Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024)

Paolo Pileri

 

Mentre il governo si appresta a ultimare il Piano di ripristino della natura, emanazione dell’epocale regolamento europeo, l’Associazione dei Comuni ne demolisce il contenuto, rifiutando qualsiasi riforma ambiziosa dell’urbanistica, con il favore dei costruttori. Ma avere città abitabili e dove non si muore per gli eccessi di caldo o per le alluvioni è un’urgenza oltreché un diritto. “Sindaci che siete dalla parte del suolo e della natura fate sentire la vostra voce”, scrive il prof. Paolo Pileri

In queste settimane bollenti il ministero dell’Ambiente sta confezionando il Piano di ripristino della natura (Pnr), ovvero il pacchetto di misure raccolte nei mesi passati dalle Regioni e integrate dal lavoro dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Azioni che saranno offerte ai 2.761 Comuni italiani obbligati ad attuare in pieno il regolamento europeo per il ripristino della natura, (Nrr, 2024/1991). È una sfida epocale e lo abbiamo già scritto su Altreconomia.

L’urbanistica deve cambiare pelle, senza indugi, tentennamenti e finzioni. Ridare alla natura lo spazio che le è stato tolto significa seriamente fermare il consumo di suolo e avviare azioni di deimpermeabilizzazione e depavimentazione in modo esteso e intenso. Se questa occasione epocale non viene colta, le cose potranno solo peggiorare e noi rimanere gli irresponsabili di sempre. Le città diverranno sempre più bollenti e sempre più incapaci in autunno di affrontare piogge violenti e alluvioni sempre più frequenti. È questo il momento di cambiare, pur nella piena consapevolezza che non è facile. Ma non è la facilità che ci muove, bensì la responsabilità e la possibilità. Ed è per questo che senza avere un attimo di ripensamento la Società italiana degli urbanisti ha abbracciato Nrr e la bozza del Pnr all’art. 8, quello riguardante la parte urbana. Ma tutto questo non basta. Il virus dell’irresponsabilità non molla.

Il 3 agosto l’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) ha pubblicato un comunicato in cui, con fierezza, rivela la sua posizione di merito, che va a demolire il Piano di ripristino della natura basandosi sostanzialmente sull’evitare “l’introduzione di prescrizioni immediatamente operative o di nuovi vincoli non previsti dalla normativa europea”. Nell’introduzione al documento si legge che “le modifiche proposte perseguono l’obiettivo di evitare che il Piano introduca direttamente prescrizioni operative, vincoli o effetti conformativi non espressamente previsti dal Regolamento europeo, demandando l’individuazione delle misure e degli interventi agli esiti del processo di ricognizione, verifica, programmazione, pianificazione e monitoraggio, sviluppato con il coinvolgimento delle Regioni, delle Province autonome e dei Comuni e attuato attraverso gli strumenti ordinari previsti dalla normativa vigente”.

In poche parole, togliendo di mezzo ogni obbligatorietà per le misure del Pnr, Anci svuota il piano, annullando una per una le misure che puntavano a tracciare una nuova rotta per i comuni italiani. Ad esempio, ha stralciato la misura “ISPRA01” che prevedeva di non approvare varianti difformi dal regolamento europeo a partire dal primo settembre 2026; idem per la misura “ISPRA02” che prevedeva di sospendere le previsioni dei piani laddove vanno a consumare aree verdi; idem per la misura “ISPRA03” che ricordava l’intoccabilità delle aree verdi urbane alla stregua di vincoli urbanistici che non possono essere oggetto neppure di indici di edificabilità; idem per la misura “ISPRA06” che obbligava i comuni a redigere un regolamento della natura urbana coerente con il Pnr e il regolamento europeo; idem per la misura “ISPRA08” che dava la possibilità di aggiornare i piani prevedendo annullamento o riduzione delle aree trasformabili e il vincolo di non successiva trasformabilità delle aree ripristinate; idem per la misura “ISPRA09” che vincolava la approvazione dei piani urbanistici alla verifica del bilancio netto pari a zero di spazi verdi e copertura della volta arborea; idem per la misura “ISPRA12” che prevedeva la depavimentazione e così via.

Oltre a questo l’Anci si è autonominata soggetto che co-predispone il rapporto periodico sullo stato di attuazione delle misure per gli ecosistemi urbani, mettendo fuori dalla porta l’Ispra che ha un curriculum indiscutibile a riguardo; ha annacquato la misura che prevedeva un preciso e rapido censimento delle aree dismesse al fine di destinarle a interventi di depavimentazione e così via.

Tutto questo è stato motivato più o meno sempre con la stessa motivazione: “La misura introduce prescrizioni che non trovano fondamento nel Regolamento (Ue) 2024/1991 e che, per le modalità con cui sono formulate, producono effetti anche su situazioni pianificate, autorizzate o consolidate, determinando profili di retroattività e potenziali ricadute sull’assetto della pianificazione urbanistica, dell’attività edilizia e dei procedimenti amministrativi già disciplinati dall’ordinamento vigente. Tali effetti possono determinare rilevanti conseguenze operative per i Comuni, nonché significativi impatti nei confronti dei cittadini e delle imprese, introducendo elementi di incertezza nella gestione delle trasformazioni territoriali”.

Francamente una motivazione che non coglie l’urgenza di questo momento storico; getta dalla finestra l’opportunità che il regolamento europeo per il ripristino della natura offre per riformare l’urbanistica lungo un percorso necessario che fino a oggi nessuna forza politica (e neppure Anci) è stata in grado di fare; considera che il bene dei cittadini sia solo quello di non vedersi stravolgere i potenziali diritti edificatori che alcuni di loro (non tutti) hanno in tasca, quando i diritti dei cittadini (tutti a partire dai più fragili) sarebbero quelli di avere città abitabili e dove non si muore per gli eccessi di caldo o per le alluvioni.

Mi chiedo davvero come si possa frenare sull’ambizione di un piano che traccia un futuro per l’urbanistica sostenibile del Paese, dando in cambio immobilismo e arroccamenti sullo status quo. Dove hanno preso il coraggio per respingere il cambiamento proposto?

Gli emendamenti di Anci ci restituiscono un orizzonte pallido che non potrà mai reggere la sfida di Nrr, condannandoci di nuovo a vedere le nostre città inondarsi di cemento per rimanere ad applaudire a miseri interventi di verde che abilmente verranno comunicati come forieri di chissà quale cambiamento, che non sarà.

Questa certosina rimozione di tutte le ambizioni delle misure del Pnr produce un piano che girerà a vuoto, disegnato su norme incancrenite sul fronte della sfida ecologica e climatica ma funzionanti su quello del diritto e delle abitudini urbanistiche, le stesse che ci hanno portato nella situazione insostenibile in cui siamo.

Non posso che riconoscere in questa posizione di Anci un esercizio ribassista che danneggerà il Paese, accorcerà gli orizzonti dei Comuni e delle future generazioni. Non vedo in questa Associazione nazionale dei Comuni italiani quella descritta nella sua homepage, ovvero l’associazione che storicamente “ha saputo interpretare, e qualche volta ha anticipato, i mutamenti socio-economici, politici e culturali che hanno contribuito all’innovazione del mondo delle Autonomie locali”. Qui non sta né interpretando né anticipando nulla, anzi sta portandoci indietro.

I cambiamenti non si fanno con azioni pallide, con le retromarce e stralciando ogni dose di coraggio. Potremmo dire ad Anci quello che dicono alle associazioni ambientaliste, quando le accusano di essere le signore del “No”. Piuttosto Anci aiuti a traghettare le misure del Pnr in un orizzonte possibile, incalzando i comuni, disseminando i principi innovativi del regolamento europeo per il ripristino della natura. Cose mai fatte dal 2024 a oggi, purtroppo. Tradurre le prescrizioni in possibilità -i “devono” in “possono”-, come Anci ha proposto in vari passaggi dei suoi emendamenti, significa -lo sappiamo bene- rendere innocuo qualsiasi piano.

L’urbanistica dell’adattamento climatico non si fa con i “possono”, ma con i “devono”. Peraltro, è più probabile che siano i “possono” ad aprire a infiniti ricorsi, mentre i “devono” con le loro regolazioni chiare li limitano, al contrario di quel che vogliono farci pensare.

Mi rendo perfettamente conto che oggi questi “devono” sono graffianti e possono anche danneggiare le abitudini dei titolari (alcuni cittadini, imprese e fondi finanziari) di potenzialità trasformative, ma oggi c’è in gioco l’adattamento dei luoghi abitati da tutti a un profilo ecologico delle città che consente a tutti di vivere senza morire o ammalarsi.

Stralciare il riferimento all’approccio “One Health” (anche questo hanno fatto) è un atto grave che ci fa perdere una opportunità di crescita culturale e politica importantissima e che aiuta a dimenticare una responsabilità ben precisa dei sindaci, quella di essere loro stessi i primi garanti della salute di tutti i cittadini. Salute che non migliora aumentando le aree cementificate, non migliora evitando di asciugare i piani da previsioni urbanistiche inutili e pericolose, non migliora lasciando cementificare le aree verdi già previste nei piani, non migliora con ragionamenti da “manuale Cencelli” che si asserraglia sullo status quo.

Per tutto questo, e altro, trovo particolarmente grave, culturalmente parlando, l’iniziativa obliterante di Anci. Non è un caso che l’Associazione nazionale dei costruttori edili (Ance) abbia diffuso un comunicato di piena soddisfazione del documento di Anci: “Contiene numerose considerazioni che riprendono le osservazioni già evidenziate da Ance nel corso delle interlocuzioni con il ministero”. Un matrimonio inedito.

Un blocco unico quello tra Ance e Anci che non si vedeva da decenni. Dai costruttori ci aspettiamo contrarietà a un Pnr dalla parte del verde e non del cemento. Ad Ance probabilmente il regolamento europeo è sempre andato di traverso. D’altronde lei difende i costruttori, non come l’Anci il cui obiettivo fondamentale è “rappresentare e tutelare gli interessi dei Comuni”, che al mio paese significa difendere l’interesse comune ovvero di tutti i cittadini presenti e futuri ben al di là degli interessi particolari e privati di una categoria, quella dei detentori di potenziali di variazione d’uso del suolo o quella degli investitori immobiliari, per dire. Non può, quindi, che sorprendere, fino alle lacrime, la convergenza così millimetrica tra Anci e Ance.

Chiudo chiedendomi se davvero i Comuni sono al corrente della demolizione del Pnr da parte della loro associazione. Se lo sono, sono pregati di dirlo e confermare il loro pieno consenso. Al contrario, se non sono stati interpellati davanti a un fatto epocale di tale importanza, li pregherei di uscire allo scoperto, lamentarsi, esprimere il loro dissenso.

I sindaci e assessori (tanti) che ho incontrato in questi mesi mi hanno sempre detto di non essere stati messi al corrente di nulla, di non aver ricevuto nemmeno una mail, di non essere stati convocati da nessuna parte, di non aver appreso da Anci neppure dell’esistenza del Regolamento europeo. È talmente alta la posta in gioco che credo sia giunto il momento di giocare a carte scoperte. I sindaci e le sindache che hanno ragionevoli dubbi su questo stato di cose alzino la voce, dicano da che parte stanno, blocchino questa iniziativa. Non dimentichiamoci che non esprimere dissenso, significa dare taciti assensi, come ci ha insegnato Hannah Arendt.

Approfitto anche per dire che all’audizione indetta dal ministero dell’Ambiente il 23 luglio per ascoltare le rappresentanze delle associazioni e delle società scientifiche urbanistiche, Anci era convocata ma non si è presentata. Chi di noi era presente non ha quindi avuto modo di sentire le ragioni dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani e di conoscere chi la rappresentava a quel tavolo (Sindaci? Tecnici? A seguito di un mandato ricevuto da una qualche assemblea interna?). Peraltro in quell’occasione importante la maggior parte delle associazioni e società scientifiche era favorevole al Piano nazionale di ripristino della natura così come era formulato, a meno di lievi modifiche (tranne i costruttori dell’Ance, che hanno dichiarato la propria contrarietà).

Spero che il ministero dell’Ambiente rigetti le proposte di Anci e di Ance. Ma temo che questo non avverrà. Se le accoglierà, a mio parere, il Piano di ripristino della natura si trasformerà in qualcosa di talmente debole che sarà (me lo auguro) respinto dalla Commissione europea, condannandoci all’ennesima figuraccia (che volentieri eviterei), precludendoci dai fondi che saranno messi a disposizione e rendendo tutto ancor più complicato per i Comuni.

Torno a dire che siamo sulla soglia di un potenziale percorso ambizioso. Incerto perché i nostri riferimenti giuridici sono vetusti, ma ambizioso perché dà nuova aria all’urbanistica. Un percorso dove siamo pronti -lo abbiamo detto anche come Siu- a tiraci su le maniche per aiutare i Comuni a stare dalla parte del Regolamento europeo senza se e senza ma. Siamo pronti ad aiutarli nella relazione con i cittadini. Personalmente respingo ogni rinuncia a precluderci queste ambizioni.

Non abbiamo nessuna intenzione di perdere questo treno e di accontentarci di un Pnr ribassista, che ripristinerà il cemento e non la natura, nei fatti. Per favore, non gettate via l’ambizione in cambio di una certezza asfittica. Sindache e sindaci che siete dalla parte del suolo e della natura fate sentire la vostra voce.

Finisco con una celebre frase di Franco Cassano (1996, “Il Pensiero Meridiano”) che porto sempre con me e che si adatta perfettamente al momento in cui siamo: “Siamo poveri di beni pubblici perché essi possono vivere solo se sono diffuse piccole dosi di coraggio, di rispetto per la bellezza e di riguardo per i luoghi da cui non si possono escludere gli altri. Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente incrementato il nostro bottino privato ma quando avremmo restituito a tutti le strade, le spiagge i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà visitarci. Non è possibile togliere il potere ai piazzisti se non si scopre la differenza tra esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale”.

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Dal cortile comune a 17 posti auto in Via Fiume: non ci sono le autorizzazioni

Una interpellanza accende i riflettori sull’area di Via Fiume, destinata a diventare un parcheggio privato.

I consiglieri comunale Zonari e Proto chiedono al Comune di Verificare l’iter urbanistico dell’area ceduta da ACER e di fermare eventuali interventi in assenza delle necessarie autorizzazioni.

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Omertà climatica di Nicola Armaroli

C’è un rumore assordante che accompagna il collasso climatico che sta travolgendo miliardi di persone. Si chiama “silenzio”. Ma non è il silenzio della natura, che parla con chiarezza brutale: settimane di temperature spaventose, ricorrenti alluvioni “mai viste”, siccitàincendi, mari infuocati, ghiacciai disintegrati, città invivibili, migliaia di morti. No, il silenzio – ebete – è quello di una parte crescente del sistema mediatico e politico, che osserva la casa in fiamme e commenta sull’arredamento.

È un paradosso da manuale di psichiatria collettiva: ne scriveremo tanto, in futuro. Più la crisi climatica avanza, meno viene chiamata per nome. La cronaca mostra disastri, il meteorologo descrive anomalie, l’inviato raccoglie fuoco, fango, lacrime. Poi ci si ferma lì. Mancano movente e contesto. Mancano due parole proibite: riscaldamento globale.

Quando un ponte crolla, nessuno si limita a dire che il traffico è stato deviato. Si cercano causeresponsabilità, manutenzioni mancate. Quando invece un territorio finisce sott’acqua o un raccolto è perso, prevale il racconto dell’eccezione, della fatalità, della “bomba d’acqua”, espressione buona per i titoli e pessima per capire. L’evento estremo quotidiano è sterilizzato a fatto isolato. Ma il clima non è una maledizione del destino. È un sistema fisico alterato da colossali consumi di carbonepetrolio e gas. Mezzo trilione di tonnellate di carbonio intrappolato per milioni di anni nelle viscere della Terra e mollato in atmosfera in 150 anni: un battito di ciglia per il pianeta.

Mentre facciamo finta di nulla, i numeri non mostrano pietà. Gli ultimi anni sono stati i più caldi mai misurati; la soglia di 1,5 °C non è più un orizzonte remoto sulla mappa, ma una linea già oltrepassata. Eppure, mentre l’evidenza è diventata faticosa esperienza per tutti, l’attenzione pubblica arretra. La copertura mediatica globale sui cambiamenti climatici diminuisce, anno dopo anno. Il termometro sale, la discussione e la comprensione scendono.

Questa non è prudenza giornalistica, né riguardo per un’opinione pubblica sfiancata dalle emergenze. È omertà climatica. Perché è omertà non collegare i puntini per non disturbare inserzionisti, editori, azionisti, politici, elettori. È omertà invitare il negazionista di turno “per equilibrio”, come se, discutendo di terremoti, la sismologia e il parere di chi nega la tettonica delle placche meritassero lo stesso spazio. È omertà qualificare ogni misura di decarbonizzazione in “ideologia green” e ogni scelta fossile in “realismo”. È omertà parlare dei costi della transizione energetica senza nominare quelli, enormi, della non transizione. È omertà non dire che il cambiamento climatico ha un impatto devastante sul sistema idrologico e alimentare. Acqua e cibo, per capirci.

Poi ci sono i social, dove la canea è diventata metodo. Lì la crisi climatica non si discute: si deride. Ogni nevicata invernale diventa confutazione della fisica dell’atmosfera. Ogni pannello solare schiavitù cinese. Ogni pala eolica devastazione del paesaggio. Ogni scienziato, servo di poteri oscuri. È il trionfo dell’incompetenza istantanea: cinque minuti su un video sgangherato bastano per archiviare due secoli di climatologia. In questo mercato dell’assurdo, alcuni politici raccontano che in Italia avremo un clima caraibico, ammiccando a vacanze da sogno a Ostia e Rimini. È più comodo blandire l’ignoranza che governare la realtà.

Eppure, la realtà non negozia. Possiamo smettere di parlarne, ma la CO2 resta in atmosfera per secoli. Possiamo cambiare argomento, ma le infrastrutture costruite per il clima del Novecento non reggono il clima del XXI secolo. Possiamo irridere gli “ambientalisti da salotto”, ma intanto i pronto soccorso, le assicurazioni, gli agricoltori, i sindaci e le famiglie sono travolti.

Rompere l’omertà climatica non significa trasformare ogni telegiornale in un bollettino apocalittico. Significa fare buon giornalismo: spiegare, contestualizzare, distinguere incertezza da ignoranza. Significa ricordare che non esiste neutralità tra il piromane e il vigile del fuoco.

Le soluzioni ci sono, e su Sapere ne parliamo da sempre. La cattiva notizia è che richiedono merci che oggi scarseggiano: chiamare i problemi con il loro nome e assumerci, ognuno, le nostre responsabili

Vai sul sito Saperescienza

    Nicola Armaroli

Nicola Armaroli, direttore di Sapere dal 2014, è dirigente di ricerca del CNR e membro della Accademia Nazionale delle Scienze (detta dei 40). Lavora nel campo della conversione dell’energia solare e dei materiali luminescenti e studia i sistemi energetici nello loro complessità. Ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici, 12 libri e decine di contributi su libri e riviste. Ha tenuto conferenze in università, centri di ricerca e congressi in tutto il mondo ed è consulente di varie agenzie e società internazionali, pubbliche e private, nel campo dell’energia e delle risorse. Ha ottenuto vari riconoscimenti tra cui la Medaglia d’Oro Enzo Tiezzi della Società Chimica Italiana e il Premio per la Chimica Ravani-Pellati della Accademia delle Scienze di Torino. È un protagonista del dibattito scientifico sulla transizione energetica su tutti i mezzi di comunicazione.

Biometano di Villanova, Zonari chiede gli atti: “i cittadini hanno diritto di sapere cosa cambia

La consigliera comunale de La Comune denuncia la mancanza di comunicazione sulla vicenda agli abitanti della zona e presenta una istanza di accesso agli atti dopo il diniego opposto ad una cittadina di Villanova di Denore. Chiede planimetrie aggiornate, comunicazione di inizio lavori e crono programma dell’impianto di biometano Apis FE1

  Area di cantiere impianto biometano di Villanova

 

https://www.estense.com/2026/1203243/biometano-di-villanova-zonari-chiede-gli-atti-i-cittadini-hanno-diritto-di-sapere-cosa-cambia/

https://www.ferraratoday.it/politica/centrale-impianto-biogas-metano-la-comune-residenti-villanova-denore.html

 

Central bosc, i cittadini chiamati a scegliere il nome

Central Bosc, Forum Ferrara Partecipata: “Altro che partecipazione, è solo una crocetta in un sondaggio”

Critiche anche sulle modalità di scelta del nome: “Nessun vero confronto, dubbi su privacy e trasparenza”

https://www.ferraratoday.it/cronaca/central-bosc-forum-ferrara-partecipata.html

 

 

 

Ferrara Partecipata lancia una petizione per “una mobilità più sana e sicura”

Una mobilità più sana, sicura e vivibile per Ferrara è possibile!
Traffico intenso, code, rumore e una convivenza difficile tra auto, biciclette e pedoni, soprattutto sugli assi Corso Giovecca e Porta Mare-Porta Po: una situazione che molti ferraresi conoscono bene purtroppo (l’immagine del post è elaborata con IA ma è assai realistica…).
Per questo il Forum Ferrara Partecipata ha promosso una petizione che propone interventi concreti per migliorare la sicurezza stradale e la qualità della vita urbana: più moderazione della velocità, percorsi ciclabili sicuri, una migliore organizzazione degli spazi pubblici e una mobilità più sostenibile per tutti. Un percorso per dare attuazione al Piano Urbano di Mobilità Sostenibile (PUMS), approvato da questa Giunta e poi lasciato lettera morta.
Ne parlano oggi tre testate locali:
estense.com

Proposta riforma del mercato elettrico…….verso le comunità energetiche di fatto

Di seguito 4 documenti elaborati dal Coordinamento regionale RECA in tema di energia:

1° premessa

2° riforma mercato elettrico relativo al tema dell’energia come bene comune sotto la cabina secondaria

3° opuscolo divulgativo definitivo relativo alla nostra impostazione di fondo sul tema energia

4° è relativo agli scenari energetici nazionali per la transizione verso le rinnovabili.

Premessa opuscolo tecnico def

Opuscolo riforma mercato elettrico

Opuscolo divulgativo definitivo

5 Scenari di transizione energetica nazionale

 

Il ‘Forum’ e i concerti con fondi pubblici: “Perché sostenere artisti che si sostengono da soli?”

La realtà ripropone l’area aeroportuale di Ferrara Sud come sede alternativa per gli eventi di massa

Articolo di Ferraratoday

Il ‘Forum’ e i concerti con fondi pubblici: “Perché sostenere artisti che si sostengono da soli?”
https://www.ferraratoday.it/cronaca/forum-ferrara-partecipata-contro-concerti-fondi-pubblici.html

LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE …

Giugno 2026 è stato il giugno più caldo di sempre mai registrato per l’Europa occidentale e il secondo in assoluto a livello mondiale, colpendo in modo estremo sia la terra che il mare. L’ondata di calore ha superato i record mensili e storici in vari Paesi europei, provocando gravi ripercussioni sulla salute e decessi legati alle temperature elevate. Il picco termico è stato trainato anche dalle temperature superficiali del mare, che non erano mai state così alte per questo mese a livello globale

In merito si propone l’interessante contributo dell’architetto/urbanista presso l’università di Ferrara,  Romeo Farinella,  pubblicato sulla testata PERISCOPIO

LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE … MA ADATTARE

L’ondata di calore che stiamo vivendo rischia di diventare un carattere permanente del nostro futuro che colpirà ovunque e in particolare il cuore dell’Europa cambiandone natura, paesaggio, dinamiche sociali. Il problema è strutturale da decenni. La comunità scientifica, l’IPCC e molti climatologi insistono continuamente sul fatto che mitigazione e adattamento devono procedere insieme.

Tuttavia, nel dibattito politico e mediatico l’attenzione tende spesso a concentrarsi sull’emergenza immediata e sulle soluzioni individuali (“come proteggersi”), mentre ricevono meno spazio le politiche più controverse che incidono sugli interessi economici e richiedono cambiamenti di lungo periodo.

C’è uno scivolamento retorico quasi impercettibile ma sistematico: dal mitigare all’adattarsi, dall’impedire al sopravvivere. E questo scivolamento non è neutro: è una resa agli interessi del mercato e del capitalismo che non vuole mitigazioni che mettano in discussione il suo modello di sviluppo che ha sempre considerato il pianeta come una risorsa da sfruttare e che sta trasformando in business anche la dimensione eco-green.

Quel potere economico globale che per molti non ha un volto ma che condiziona i governi degli stati, delle città, lasciandoci solo l’illusione delle soluzioni resilienti mascherate da pragmatismo.

Adattare significa agire sugli effetti del cambiamento climatico, mitigare significa agire sulle cause, riducendo le emissioni di gas serra o aumentando la capacità di assorbirle. L’obiettivo è limitare l’entità del riscaldamento globale ma come? Incidendo sui meccanismi che contraddistinguono il nostro modello di sviluppo e quindi:

  • sostituendo i combustibili fossili con energie rinnovabili e favorendo la nascita di comunità energetiche;
  • migliorando l’efficienza energetica degli edifici;
  • riducendo il traffico automobilistico a favore del trasporto pubblico e della mobilità attiva;
  • fermando il consumo di suolo e la deforestazione;
  • cambiando i sistemi produttivi, agricoli, zootecnici per renderli meno emissivi;
  • redistribuendo la ricchezza per contrastare le disuguaglianze agendo nella direzione della giustizia climatica;
  • modificando il nostro modello di sviluppo estrattivo e rendendo più sobrie le nostre abitudini.

Se i miliardi che in Europa e nel mondo si stanno spendendo per fare delle guerre – che hanno aumentato le emissioni – e comprare delle armi, fossero impiegati per realizzare laccordo di Parigi, un segnale positivo lo si coglierebbe. Nel 2024, le alluvioni in Romagna, Toscana e le grandinate varie ci sono costate circa 14 miliardi, se questi soldi venissero spesi nella prevenzione saremmo più preparati.

Negli ultimi anni, il discorso pubblico si è spostato solo sull’adattamento, come se gli effetti dei cambiamenti climatici fossero ineluttabili, quindi centri climatizzati, sistemi di monitoraggio dell’allerta caldo, alberi, fontanelle, tetti verdi, città-spugna, orari di lavoro modificati. Sono certamente misure indispensabili, che misurano il grado di resilienza di una comunità, e dovrebbero esserlo per tutti poveri e ricchi, perché una parte del riscaldamento globale è ormai inevitabile e gli impatti sono già presenti.

Ma il rischio che stiamo correndo è che l’adattamento diventi un alibi per mettere in secondo piano il tema strutturale, cioè la riduzione delle emissioni di gas serra e le trasformazioni strutturali del sistema energetico, dei trasporti, del consumo di suolo e dei modelli di produzione e consumo. Se “resilienza” significa imparare a convivere con il caldo senza affrontarne le cause siamo fregati: ogni nuova misura di adattamento rischia di essere presto insufficiente.

Dobbiamo arrenderci? Non credo. La scienza mostra che non siamo di fronte a una soglia oltre la quale tutto è inevitabile. Ogni decimo di grado di riscaldamento evitato riduce la frequenza e l’intensità delle ondate di calore, delle siccità e degli eventi estremi. La differenza tra un mondo più caldo di 2 °C e uno di 3 °C è enorme in termini di vite umane, salute, ecosistemi ed economia.

L’8 maggio del 2024, 380 tra i più importanti scienziati del clima, intervistati dal quotidiano The Guardian, si sono dichiarati terrorizzati dalla sottovalutazione politico-economica del problema ma motivati nell’idea di continuare nel loro lavoro.

… E Ferrara cosa non fa?

E a Ferrara che succede? Si sta vivendo una condizione perversa: ogni singola scelta che si sta compiendo è retoricamente motivata per bypassare i problemi strutturali. A Ferrara domina una dinamica preoccupante. Molte scelte urbanistiche e ambientali vengono presentate come risposte ai problemi della città, ma il dibattito pubblico si riduce a comunicazioni senza dialogo, concentrati solo su aspetti simbolici o comunicativi, lasciando sullo sfondo le questioni strutturali.

Si parla di decoro, di nuovi interventi, di opere presentate come “green” o innovative, mentre non si discute di consumo di suolo, di potenziamento della mobilità pubblica, di applicazione del PUMS che prevede zone 30 ed estensione delle ZTL, quindi di adattamento climatico, disuguaglianze territoriali e riduzione delle emissioni. Ecco alcuni temi.

Il verde decorativo vs il verde come infrastruttura

Piantare alberi senza un piano del verde è giardinaggio, non urbanistica. Un piano serio lavora su connettività ecologica, specie appropriate al clima futuro, gestione del suolo e delle acque, rapporto con la falda, ruolo del verde nella città compatta e storica (la più calda) e suo ridisegno.

Bisogna iniziare a ragionare seriamente sulla de-asfaltizzazione e demineralizzazione della città. Tutti i quartieri della città dovrebbero essere congiunti tra di loro da gallerie verdi, ridisegnando le strade e rafforzando i percorsi ciclabili. Va tenuto in conto che gli alberi e le aree di nuovo impianto hanno bisogno di diversi anni prima di dare l’effetto voluto. A seconda della specie e delle condizioni di crescita, possono essere necessari 10, 20 o anche 30 anni perché l’albero raggiunga una chioma in grado di incidere significativamente sul microclima.

La forestazione urbana è una politica di lungo periodo quindi non basta piantare alberi, bisogna conservare quelli maturi, curarli se malati. Gli alberi maturi sono una “infrastruttura” critica non riproducibile nel breve periodo. Abbattere un esemplare secolare per ragioni di “sicurezza” discutibili, o sacrificarlo a un cantiere, equivale a distruggere un’opera pubblica che ha richiesto decenni di investimento collettivo — spesso inconsapevole — e che non sarà ricostituita nell’arco di una generazione.

Eppure, la gestione ordinaria delle amministrazioni locali tratta gli alberi maturi come elementi intercambiabili: si abbatte e si rimpiazza con un nuovo impianto, contabilizzando la sostituzione come equivalente. Non lo è. C’è un debito ecologico temporale che questa contabilità ignora del tutto.

Aggiungerei un’ulteriore dimensione: la cura degli esemplari esistenti — potature corrette, monitoraggio fitosanitario, gestione del suolo attorno alle radici — è sistematicamente sottofinanziata rispetto ai fondi destinati ai nuovi impianti, anche perché i nuovi impianti sono visibili, fotografabili, inaugurabili (vedi Central Bosc).

Si dice che dobbiamo piantare alberi. Ma se siamo costantemente in crisi idrica, al limite della siccità, questi alberi come crescono? Dove troviamo l’acqua con cui ricaricare la falda? Con l’acqua piovana che oggi sprechiamo? Un piano di forestazione che non affronta la questione idrica — quanta acqua, da dove, sottratta a quali altri usi — rischia un duplice fallimento: alberi che muoiono sprecando risorse, o irrigazione che aggrava la scarsità che già viviamo.

Non da ultima la manutenzione. Questa è invisibile politicamente, ma invece dovrebbe essere un “progetto strategico” più delle smart city o di una certa idea della transizione ecologica, che continua a cercare soluzioni tecnologiche nuove, mentre lascia degradare ciò che già funziona e che ha impiegato decenni a funzionare.

Le piazze pavimentate come risposta – sbagliata – alle isole di calore

È il caso più clamoroso perché è visibile, misurabile, e già criticato dalla letteratura scientifica. Sostituire asfalto con pietre in zone già surriscaldate non è una scelta neutra: è produzione attiva di isola di calore (anche se si dichiara di contrastarle). Chi ha approvato questi progetti non è ignorante, è politicamente colpevole perché il buon senso ci dice da anni che le isole di calore le contrasti con alberi associati ad arbusti, prati e zone umide, non collocati in un buco o in un vaso circondato da pavimentazioni minerali.

L’anello di Piazza Ariostea è completamente asfaltato, attorno all’acquedotto del Quartiere Giardino lo spazio asfaltato è quasi prevalente, lo stesso quartiere se diventasse ZTL molte strade potrebbe essere de-asfaltizzate aumentando le aree verdi. Nei deliri amministrativi di questi mesi abbiamo letto anche di aree come il MOF: parcheggio dove l’asfalto la fa da padrone, raccontate come aree ecologiche solo perché sono stati piantati due alberelli.

E poi il centro storico. Questo è probabilmente il settore più caldo della città ed è ricco di micro-piazze e spazi che andrebbero vegetalizzati. La città murata ferrarese inoltre, come sappiamo, è molto diversificata al suo interno, con spazi vuoti o degradati in prossimità di aree residenziali che si presterebbero a operazioni di micro-forestazione urbana.

La città andrebbe inoltre arricchita di fontane pubbliche e gratuite. Ci sono città, dove l’acqua è pubblica, con fontane ovunque che erogano acqua, a volte facendoci scegliere anche se la vogliamo fresca o a temperatura ambiente, se normale o frizzante. Tutto questo richiederebbe un piano del verde e del clima, farlo è una questione di volontà politica, ma elettoralmente paga di più l’intervento puntuale retoricamente raccontato.

Gli eventi notturni come politica del corpo

Nel dibattito sugli eventi di questi mesi, questo punto mi sembra si sia sottovalutato nel dibattito nonostante sia stato posto a più riprese. Il diritto al sonno e alla quiete termica notturna è anche un diritto sanitario. Le notti sono l’unica finestra di recupero fisiologico durante le ondate di calore. Saturarle con eventi amplificati non è solo un problema di “fastidio” è una questione di salute pubblica, con ricadute sproporzionate su anziani, bambini, malati cronici, lavoratori che non possono riposare.

il prolungamento del tempo insonne è esattamente quello che trasforma il disagio in danno strutturale, causato da scelte politiche di una amministrazione e di un blocco politico-economico colpevole.

Il modello di mobilità come scelta ideologica

Non contrastare il dominio dell’auto in una città pianeggiante, con una tradizione ciclistica reale e distanze urbane contenute, è indice di una inerzia o resistenza al cambiamento che diventa volontà politica. Non affrontare la prospettiva di una mobilità pubblica radicata nella città in grado di ridurre l’uso dell’automobile è in questa situazione una grave responsabilità, che in Italia accomuna tutti i livelli di governo.

L’ipermercato privato come solo welfare termico

Quando lo spazio pubblico è inabitabile e il calore della casa insopportabile, il centro commerciale diventa l’unico “bene comune” climatizzato accessibile. È la privatizzazione del sollievo. E non è casuale, è il risultato logico di decenni di disinvestimento sullo spazio pubblico come spazio vivibile.

Inoltre, non si sente nemmeno parlare di misure per contrastare l’emergenza climatica con rifugi termiciBarcellona ha iniziato nel 2020 a predisporre rifugi termici coprendo il 99% degli abitanti entro dieci minuti a piedi. Il principio è semplice ma politicamente preciso: un luogo pubblico ad accesso libero e gratuito che offre ristoro dalle temperature estreme, pur mantenendo le sue regolari funzioni.

La difficoltà abitativa come moltiplicatore di rischio

Chi è in difficoltà abitativa – senza aria condizionata, in alloggi sovraffollati o degradati, senza spazi verdi accessibili – subisce il caldo estremo in modo qualitativamente diverso: anziani soli negli alloggi ERP, lavoratori stranieri in affitti sovraffollati, persone senza fissa dimora, cittadini a basso reddito. Non è solo una questione di comfort, è una questione di sopravvivenza e diritti negati.

È la dimensione della giustizia termica che latita nel dibattito locale. Riguarda non solo chi produce le emissioni ma anche chi paga maggiormente il prezzo del caldo.  Una città che lascia in questa condizione i suoi abitanti più esposti e chi è in disagio abitativo non è degna di essere ritenuta civile. Una città che non avvia un vero processo di costituzione di comunità energetiche – che consentano a tutti di accedere all’energia necessaria, anche per refrigerarsi – rivela una scelta di campo a favore di chi controlla la rendita energetica fossile.

Le stime preliminari parlano di oltre 1.300 morti in eccesso in circa una settimana in Europa. Se la causa fosse stata un virus, saremmo già in emergenza sanitaria. Il caldo estremo non uccide in maniera evidente, per questo lo si sottovaluta. Questo caldo colpisce tutte le specie viventi, animali e vegetali, ma se fosse una pandemia… il virus siamo noi.

link all’articolo: https://www.periscopionline.it/la-crisi-climatica-come-pretesto-per-non-mitigare-ma-adattare-324652.html?fbclid=IwZnRzaATBxQ5wZG9mA2V4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkCjY2Mjg1NjgzNzkAAR4v0XRlYLsSI2sLryiBOYsiFJXTa8gUl8By4VymbE3qJdcXEUisM1ZhYvALTg_aem_NF-dPKtuNqmhrswU89PDTA

Aumento tariffe TARI in città e provincia …..Le bollette aumentano, ma ci stiamo chiedendo perché?

COMUNICATO STAMPA

Va bene denunciare l’incremento delle tariffe Tari. Ma guardiamo alla causa di fondo che lo provoca e lavoriamo per la gestione pubblica del servizio idrico.

Abbiamo visto che, fortunatamente, si è riaperta l’attenzione sul forte aumento delle TARI in città e in provincia. L’intervento del segretario della UIL e della segretaria del PD hanno avuto questo merito.

Come Forum Ferrara Partecipata, vorremmo però evidenziare da dove nasce questa situazione. Il dato di fondo è che, inevitabilmente, una gestione privatistica, come quella di Hera, orientata fondamentalmente alla produzione di profitti e alla distribuzione di dividendi, si porta dietro un aggravio delle tariffe per i cittadini.

Ci tocca, però, ricordare che circa un anno fa, esattamente il 28 luglio del 2025, la maggioranza che governa la città e anche il PD votarono per svolgere una gara per il nuovo affidamento del servizio dei rifiuti, che sarà molto probabilmente nuovamente appannaggio di Hera, contrastando, invece, la scelta che noi avevamo proposto di dar vita ad un’azienda pubblica. Insomma, va bene denunciare l’indebito innalzamento delle tariffe, ma bisognerebbe guardare alla causa che la provoca, e non semplicemente agli effetti che ne sono la conseguenza.

Avanziamo questo ragionamento non per fare una polemica retrospettiva, ma solo per rimarcare che la gestione pubblica, efficiente e partecipata, pur non essendo sufficiente per metterci al riparo da politiche tariffarie che hanno ricadute negative sui cittadini, ne è però una condizione necessaria.

Lo diciamo soprattutto guardando al futuro. Alla fine del 2027, scadranno le concessioni del servizio idrico in città e in tutta la provincia. Abbiamo iniziato da diversi mesi la campagna “ Ogni goccia conta” per la ripubblicizzazione del servizio idrico nel Comune di Ferrara e in tutta la provincia. Abbiamo svolto momenti di confronto con la cittadinanza, coinvolto le scuole e anche promosso una petizione, rivolta al sindaco del Comune di Ferrara, e su cui abbiamo raccolto in poco tempo più di 600 firme, per andare in questa direzione. Aspettiamo una risposta alla nostra petizione entro i 60 giorni da quanto è stata verificata la sua validità, avvenuta in questi giorni, sulla base di quanto prevede il regolamento comunale in proposito.

Soprattutto, riteniamo importante che si sviluppi sin da adesso un dibattito pubblico sul futuro dell’affidamento del servizio idrico. Anche per non ripetere gli errori del passato.

FORUM FERRARA PARTECIPATA

Potrebbe essere un'immagine raffigurante l'Arno e testo

ENERGIA BENE COMUNE …….verso le comunità energetiche rinnovabili

La transizione energetica dai combustibili fossili verso società alimentate dalle sole energie rinnovabili implica un ripensamento dei modelli socio/economici e una trasformazione tecnologicamente avanzata delle nostre comunità con al centro il rispetto dell’Ambiente e quindi dell’Uomo.

I nuovi sistemi energetici ci stanno conducendo verso nuovi cittadini che diventano consumatori dell’energia che essi stessi producono.

Le comunità energetiche  diventeranno, quindi, una grande rete in cui le famiglie si scambieranno l’energia che esse stesse produrranno a livello locale attraverso i dispositivi pubblici e privati di cui le nostre città verranno dotate. Anche le famiglie/imprese non produttrici potranno far parte delle comunità perchè consumeranno l’energia prodotta e non consumata dalle altre famiglie/imprese produttrici.

I climatologi avvertono che gli eventi estremi dovuti ai cambiamenti climatici raddoppiano ogni 5 anni e in Europa stanno passando dai 45 eventi estremi medi all’anno degli anni ’70 ai 10mila che abbiamo avuto nell’ultimo decennio fino a stimare i 40mila che subiremo dopo il 2030. Le riserve conosciute di petrolio e gas hanno un orizzonte di esaurimento nel 2070 per cui l’approvvigionamento di combustibili fossili non è garantito a tutti gli abitanti del pianeta dal 2035 in avanti.

Il Sole è il più grande reattore a fusione nucleare che abbiamo già a disposizione e che ci fornisce ogni giorno 15mila volte l’energia che consumiamo e che durerà 4 miliardi di anni. Abbiamo sviluppato tutte le tecnologie per trasformare l’energia solare in energia utile: la transizione verso Città Solari alimentate 100% a energia rinnovabile è possibile e costituisce una grande opportunità.

Finalmente è stata messa sulle pagine della Regione l’audizione di Leonardo Setti, ricercatore presso l’università di Bologna, autore della  proposta di legge sull’energia di RECA Emilia Romagna (https://www.recaemiliaromagna.it/). In modo chiaro  e semplice spiega come l’energia elettrica viene prodotta e distribuita rendendo esplicito il ruolo di primaria importanza della comunità energetiche rinnovabili; ruolo che se correttamente accompagnato dalla necessaria normativa nazionale, cosa che sta già in parte avvenendo anche a seguito  delle direttive europee, contribuirà in modo netto alla riduzione dei costi dell’energia nonchè all’improbabile ricorso al nucleare.

  LEONARDO SETTI

La trovate al seguente link: https://commissioni-emr.concilium.tv/video/player/371/20260701100317

PRESIDIO ANTIFASCISTA CONTRO LA MISTIFICAZIONE DI ITALO BALBO IL 02 LUGLIO ORE 21

Il Forum aderisce alla manifestazione promossa dall’ ANPI e da decine di altre associazioni in contrapposizione al festival identitario organizzato dal comune.

La manifestazione si terrà il 2 luglio 2026 in piazza Trento e Trieste alle ore 21.
Per non dimenticare le gravi responsabilità in violenze ed omicidi politici di chi oggi si vorrebbe riabilitare e celebrare in un ipotetico pantheon dei personaggi celebri ferraresi, CLICCA QUI: la voce di Ferrara italo balbo capo dei fascisti

 

DEL METODO PER FAR MALE LE POLITICHE CULTURALI

DEL METODO PER FAR MALE LE POLITICHE CULTURALI

C’era una volta la cultura degli assessori, poi è venuta avanti la politica dei ‘giacimenti culturali’ ora si è affermata nella nostra città l’epopea del sindaco impresario. Non si vuole entrare qui nel merito delle valutazioni/ricadute economiche dei grandi concerti che questa Amministrazione ha sostenuto per Ferrara. Ancora si attendono a riguardo chiari bilanci economico-sociali che indichino anche ricadute occupazionali sulla nostra comunità. Finora non vi sono stati studi ‘scientifici’ provenienti da istituzioni indipendenti che abbiano mostrato effetti socio-economici rilevanti.

Sono invece altri i temi che qui si vogliono affrontare.

In primis siamo convinti che un’ Amministrazione comunale debba agire in modo diretto o indiretto per sostenere ‘Battiti Live Spring’, il compleanno di Radio 105 o il Superkaraoke ? Questo quesito vale anche per Ferrara Summer Festival ma soprattutto per i due concerti di Vasco Rossi al Parco urbano.

Siamo sicuri che questi eventi, già ampiamente sostenuti dal ‘mercato’ abbiano la necessità di un intervento pubblico e non possano svilupparsi con i propri mezzi ?

Non è forse più legittimo che un’ Amministrazione pubblica riconosca e promuova l’innovazione, le energie artistiche delle giovani generazioni, l’apertura di orizzonti e non si soffermi ad incoraggiare tutto ciò che ha già un ampio consenso ? Molti giovani artisti attendono palcoscenici ove incontrare il pubblico, sale prova dove sperimentare, residenze artistiche ove ricercare. Ferrara non ha spazi d questo tipo e non ne sta progettando (non ne ha approfittato neppure con la grande occasione del PNRR). Sicuramente è nella situazione più critica in Regione.

Che tutta l’operazione Grandi eventi avvenga utilizzando il ‘braccio secolare della Fondazione Teatro Comunale (si veda l’ultima variazione di bilancio per il concerto di Vasco) lascia allibiti. La Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, nel suo Statuto ha il mandato di promuovere la cultura musicale, teatrale, performativa. Ora chiediamoci quale sia il filo che collega questa vocazione ad un rocker, sicuramente di grande fama, come Vasco Rossi, Hunzicker o Marilyn Manson che hanno una forza economica e un seguito di pubblico per sostenersi ampiamente da soli. Questo per dire che ovviamente la nostra città può ospitare eventi di questo tipo, nessuno lo nega, ma non si capisce perché ciò debba avvenire con sostegno pubblico.

L’ altra grande questione riguarda l’uso’ della città per tali avvenimenti.

L’ attuale Amministrazione comunale ‘legge’ gli spazi cittadini come fossero tessere uniformi da riempire a piacere. Ora non vogliamo credere ad un mitico genius loci, né immaginare la città come organismo ma la pensiamo come ambiente. Ogni luogo di Ferrara ‘risuona’ in modo differente, le onde che vi si liberano sono composte dalla sua storia, dalla gente che vi abita, dalle memorie e dai bisogni che li permeano. Disporre grandi concerti accanto al campanile del duomo o attorno alla statua di Ariosto significa non aver ascoltato l’essenza di quei luoghi, significa non aver compreso il vissuto di chi vive la quotidianità di Ferrara. Si è costretto una parte di cittadinanza ad essere esiliata da spazi comuni in una visione della città ingabbiata e talvolta militarizzata.

Tali scelte sembrano governate dalla semplicistica idea: c’è una bella piazza, c’è un ampio parco…ecco lì ci facciamo un concerto ! Da tempo si suggerisce per i grandi concerti un altro spazio nell’area sud della città. Noi del Forum Ferrara Partecipata abbiamo proposto per i grandi eventi l’area aereo portuale, anche con formali osservazioni al Piano Urbanistico Generale. Un luogo che ha già mostrato in passato di saper accogliere manifestazioni di grandi dimensioni (Festival nazionale dell’Unità 1985 con circa tre milioni di visitatori), spazio che andrebbe attrezzato in alternativa al Parco urbano che per il suo delicato equilibrio e ricchezza in biodiversità, ha tutt’altra natura.

Quel che si fatica a comprendere e’ l’ostinazione di questa maggioranza politica a non confrontarsi con ipotesi alternative aprendo tavoli con associazioni e comitati. E qui sta uno dei nodi prioritari della politica ferrarese: l’attuale governo della città non ascolta, non presta l’orecchio alle ragioni di molti cittadini singoli e/o riuniti in associazioni.

Si respira una suggestione diffusa che trova nella nostra Amministrazione un laboratorio privilegiato: superare la democrazia (accantonando la partecipazione o disattivandola) perché lenta o altro e inaugurare una nuova epoca in cui il potere è governo, e il governo è comando. Tutto il resto può solo disciplinarsi in forma gregaria rispettando la nuova gerarchia.

 

Ricerca “Women’s Wise Workshop”- questionario sui servizi di prossimità (dai negozi ai servizi sociosanitari, dagli spazi verdi agli spazi aggregativi).

Ciao! Vivi a Ferrara? Aiutaci a migliorare la città partecipando a una ricerca sui servizi di prossimità: sono i luoghi essenziali (negozi, medici, verde, uffici) raggiungibili in 15 minuti a piedi o in bici da casa. ️

Bastano pochi minuti e la partecipazione è totalmente anonima . Il tuo contributo è fondamentale per una città più vicina ai bisogni di chi la abita!

Compila il questionario qui: Questionario servizi di prossimità

Grazie per il passaparola!

Chi siamo

Il questionario è promosso da “Ferrara, le donne e la città”, un gruppo di cittadinanza attiva che lavora per rendere Ferrara più equa e vivibile per tutte e tutti, seguendo i principi dell’urbanistica di genere.

Questa indagine prosegue il percorso iniziato con la ricerca “Women’s Wise Workshop: dal vivere gli spazi al progettare i luoghi”, realizzata con l’Università di Bari. L’obiettivo è ridefinire spazi, mobilità, periferie e cura dell’ambiente partendo dalle esperienze e dalle esigenze concrete delle donne.

In documenti forum puoi visionare l’altra documentzione relativa al PROGETTO WWW. WOMEN’S WISE WALKSHOPS

per informazioni: forumferrarapartecipata@gmail.com

 

 

 

Il progetto denominato Ravenna CCS è il primo per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica in fase di realizzazione in Italia

 Agenda17 realizzato dal Laboratorio DOS (Design Of Science) dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il Corso in comunicazione della scienza e Public Engagement  e con l’Ufficio stampa, comunicazione istituzionale e digitale dell’Università di Ferrara ha pubblicato il seguente approfondimento.

Agenda 17

AGIRE PER IL CLIMA

EDITORIALI E OPINIONI

Contributi al dialogo – Il progetto di Ravenna per lo stoccaggio della CO2 prodotta dalle industrie avrà dimensione europea

Rischioso, antieconomico e inadatto a contrastare il cambiamento climatico secondo ambientalisti e ricercatori

Febbraio 17, 2026

di Francesca Cigala Fulgosi

Da tempo il problema dello stoccaggio dell’anidride carbonica (Carbon Capture and Storage – CCS) è al centro di un acceso dibattito che abbiamo seguito.

La CCS consiste nella cattura della CO2 emessa dalle industrie e nel suo stoccaggio permanente in formazioni rocciose sotterranee.

Eni e Snam stanno sviluppando il progetto Ravenna CCS – il primo in Italia – che consiste nella realizzazione di un’ infrastruttura CCS in cui l’anidride carbonica emessa viene catturata all’origine, trasportata e immagazzinata nei giacimenti di gas esauriti dell’Adriatico.

L’obiettivo dichiarato è contribuire alla riduzione delle emissioni dei distretti industriali per renderli più sostenibili e più competitivi sul mercato, creando le condizioni per nuove opportunità di crescita economica attraverso la decarbonizzazione.

Su questi temi pubblichiamo il commento che ci ha inviato Francesca Cigala Fulgosi della Rete Giustizia Climatica di Ferrara.

di Francesca Cigala

L’Emissions Gap Report 2025, l’analisi con cui il Programma ambientale delle nazioni unite (United Nations Environment Programme UNEP) traccia i trend del riscaldamento globale, sancisce la gravità dell’emergenza climatica in atto e ci dice che siamo ben lontani dagli obiettivi dell’agenda di Parigi, che le politiche attuali ci portano verso +2,8°C entro il 2100 e che se vogliamo proteggere e salvare l’umanità e il Pianeta c’è una sola strada percorribile: diminuire drasticamente e con urgenza l’uso dei combustibili fossili.

Ma le lobby del fossile e degli interessi finanziari si oppongono fortemente a questa inversione di rotta e cercano di influenzare in tutti i modi le politiche energetiche ed ambientali.

Lo dimostra l’esito della recente COP 30 di Belén che si è conclusa, a seguito delle pressioni dei petrostati e delle multinazionali petrolifere, senza alcun impegno ufficiale ad abbandonare i fossili, escludendo l’elaborazione di una road-map per la transizione dai combustibili fossili richiesta da ben ottantadue Paesi.

A fronte del fallimento delle trattative intergovernative, diventa sempre più necessario spostarsi da una dimensione planetaria generale a una dimensione locale e impegnarsi sui territori per tentare di ridurre gli impatti dell’attività antropica, per fare pressione sui governi locali affinché vengano presi tutti i provvedimenti necessari all’uscita dal fossile e per decidere con la partecipazione dei cittadini cosa si può fare, o cosa non si può più fare, per contrastare l’effetto serra.

Il progetto Ravenna CCS

Ravenna CCS è il primo impianto italiano per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica realizzato a Ravenna da Eni e Snam. Ravenna dovrebbe diventare l’hub CCS di riferimento per l’Europa meridionale e il Mediterraneo.

Per Eni e Snam la CCS rappresenta una leva fondamentale per la transizione energetica, “per poter decarbonizzare le produzioni delle industrie più energivore, per cui, allo stato attuale, non vi sono alternative tecnologiche altrettanto efficaci”. E i progetti di CCS “possono creare opportunità di crescita e sviluppo perché rendono più competitive le attività industriali riducendo le loro emissioni di CO2”.

Per le associazioni ambientaliste e molti scienziati la CCS rappresenta una delle operazioni più eclatanti di greenwashing a favore delle lobby del fossile, “proporre la cattura e lo stoccaggio della CO2 rappresenta un alibi straordinario per continuare a usare i fossili contribuendo alla crescita esponenziale del disastro ambientale”.

Una falsa soluzione, secondo il rapporto di ReCommon. Una tecnologia più rischiosa che utile”, per il WWF che chiede di escludere il ricorso alla CCS quale soluzione per la strategia di decarbonizzazione.

Dalla Romagna all’Europa

Nella prima fase, il progetto Ravenna CCS, la CO2 emessa dalla centrale Eni di Casalborsetti viene catturata e trasportata alla piattaforma di Porto Corsini, al largo di Ravenna, per essere iniettata e stoccata permanentemente in un giacimento di gas esaurito, a circa 3mila metri di profondità. La previsione è lo stoccaggio di 25 mila tonnellate per anno.

A ottobre 2024 ENI e SNAM hanno annunciato l’avvio delle attività mettendo le popolazioni di fronte ai fatti compiuti, senza che queste siano state protagoniste di qualsivoglia consultazione.

Nella seconda fase, il progetto Pianura, la CO2 del polo chimico di Ferrara verrà catturata e trasportata, dopo la realizzazione di un lunghissimo gasdotto di 75 chilometri, attraverso i territori di Ferrara, Voghiera, Portomaggiore e Argenta, alla stazione di pompaggio di Casalborsetti, e da qui alla piattaforma di Porto Corsini, al largo di Ravenna, per essere iniettata e sotterrata. La previsione è di stoccare fino a 4 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030.

Nella terza fase, con il progetto Callisto, prolungando il gasdotto da Ferrara, Ravenna riceverà CO2 da Marghera e da altri impianti energivori del Nord Italia. Riceverà poi CO2, via nave, dalla Francia, da Marsiglia e dalla valle del Rodano. A fine 2023, la Commissione europea ha infatti inserito il progetto di ENI e Snam, in partnership con Air Liquide, “Callisto Mediterranean CO2 Network”, nella lista dei progetti infrastrutturali transfrontalieri chiave per l’Europa. Lo stoccaggio di CO2 previsto è fino a 16 milioni di tonnellate all’anno.

Sarà poi anche ferrarese uno dei primi esempi di CCS applicata a un impianto di termovalorizzazione. Hera ha presentato un progetto per catturare, con una tecnologia enzimatica di Saipem, l’anidride carbonica in uscita dai camini per poi stoccarla nei fondali marini di Ravenna per abbattere le emissioni di CO2 prodotte (64.000 tonnellate annue).

Scrive Hera.” È un traguardo molto importante, che ci vede pionieri in Italia … Si tratta di una tecnologia sicura…che associa le attività di economia circolare volte al recupero della materia con i processi di decarbonizzazione. Con questa soluzione allunghiamo la vita degli impianti aumentandone la resilienza”.

In questo modo invece, diciamo noi, così si riuscirà a mantenere più a lungo in vita l’inceneritore, mantenendo i profitti per Hera (già oggi potrebbe essere dismessa una delle due linee dell’impianto, dato che il 61% dei rifiuti bruciati sono rifiuti speciali).

I rischi: sismico, di tossicità, chimici, trasporto e fuga

Rischi di sismicità indotta: gli effetti a lungo termine di grandi quantità di CO2 immesse in un sito di stoccaggio geologico sono ancoar poco conosciuti, ma terremoti di magnitudo non trascurabile legati ad iniezioni di Co2 nel sottosuolo sono stati registrati negli Stati Uniti, in Algeria, in Canada e nel Mare del Nord; questo rischio non va sottovalutato nel territorio ravennate che presenta un rischio sismico medio-alto ed è soggetto a significativi fenomeni di subsidenza.

Rischi di tossicità: rischi di intossicazione fino all’asfissia legati alla gestione della CO2 ad alta pressione. La CO2, inodore e incolore, se rilasciata in grandi quantità in spazi confinati (impianti di cattura, stazioni di pompaggio, locali tecnici), sposta l’ossigeno creando un ambiente immediatamente pericoloso per la vita.

Le infrastrutture di trasporto, come i gasdotti che dovranno attraversare il territorio nazionale, opereranno a pressioni elevate per mantenere la CO2 in uno stato supercritico o liquido, amplificando il potenziale di danno in caso di perdite o rotture strutturali.

Rischi nel processo di cattura: gli impianti industriali che installano unità di cattura della CO2 introducono nuovi rischi chimici legati all’uso di solventi e reagenti (come le ammine nel processo di post-combustione).

Rischi nel processo di trasporto: la CO2 è corrosiva per i condotti. Una rottura del gasdotto espone la popolazione a gravi rischi per la salute.

Nel 2023 un carbonodotto è esploso a Satartia in Mississippi con decine di feriti e negli ultimi 15 anni sono state documentate ben 76 fuoriuscite della CO2 negli Usa. In particolare poi i territori attraversati dal gasdotto da Ferrara a Ravenna sono ambienti fragili: molte tratte sono in zona sismica 2, tra Argenta e Alfonsine, e in zone a rischio allagamento come successo con le recenti alluvioni ( il gasdotto attraverserà il Lamone ).

Rischi nel processo di stoccaggio: sono possibili fughe della CO2 sequestrata,, disastri come quelli di Trecate e della Deepwater Horizon mostrano che non è sufficiente la stabilità geologica a scongiurare fughe.

Il rilascio in mare aperto provocherebbe l’acidificazione del mare con profonde conseguenze per la fauna e l’ambiente.

Una fuoriuscita improvvisa potrebbe creare danni gravi alla salute della popolazione. In aree sismiche caratterizzate dalla presenza di faglie note, come la fascia adriatica, non si può escludere che terremoti modifichino la capacità futura di un sito di stoccaggio di trattenere il contenuto.

Insufficiente valutazione di impatto ambientale (VIA): i progetti non vengono sottoposti a un’adeguata valutazione, completa e trasparente, a causa delle nuove procedure. Il progetto Ravenna CCS è stato avviato senza nessuna valutazione di impatto ambientale perché rientrante tra le opere strategiche per la transizione energetica di pubblica utilità e urgenza ( i progetti sperimentali per lo stoccaggio fino a 100mila tonnellate di CO2 possono partire senza una valutazione degli impatti ambientali).

Il progetto Pianura, verrà realizzato con procedure di valutazione ambientali accelerate e semplificate, dimezzando anche i tempi per le osservazioni dei cittadini.

Insufficiente iI bilancio dei pochi impianti esistenti

La tecnologia CCS è ancora in una fase sperimentale di ricerca, con risultati fallimentari o incerti, non è una soluzione matura, E non è efficiente per affrontare la crisi climatica. Secondo l’ Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), infatti entro la scadenza del 2050 la CCS, anche se venisse adottata diffusamente, potrebbe arrivare a ridurre al massimo l’8% delle emissioni del settore energetico. Ora agisce per lo 0,12%.

La storia della CCS è caratterizzata dal fallimento. Tra il 1995 e il 2018 sono stati intrapresi oltre 260 progetti CCS: di questi solo 27 sono stati completati.

Uno studio pubblicato nel 2022 dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) ha riscontrato che i progetti di cattura del carbonio con prestazioni insufficienti superavano notevolmente quelli di successo: “dieci tra i 13 maggiori impianti CCS al mondo analizzati (che ammontano a circa il 55% della capacità nominale di cattura installata a livello globale) o sono ampiamente sottoperformanti o sono falliti”. “Sebbene ci siano alcune indicazioni che potrebbe avere un ruolo da svolgere in settori difficili da abbattere come cemento, fertilizzanti e acciaio, i risultati complessivi indicano un quadro finanziario, tecnico e di riduzione delle emissioni che continua a sovrastimare e performare meno”, e Bruce Robertson, autore dello studio ha concluso così: “Come soluzione per affrontare l’aumento catastrofico delle emissioni nel suo attuale quadro, la CCS non è una soluzione climatica”.

Secondo Oil Change International: “Non solo risulta che i principali impianti in Usa, Australia, e Medio Oriente operano a capacità significativamente ridotte (tra il 10 e il 60%), ma la maggior parte di quelli operativi utilizzano la CO2 per estrarre ulteriormente idrocarburi attraverso il processo di Enhanced Oil Recovery”.

Per quanto riguarda poi il bilancio energetico ogni singolo stadio del processo CCS richiede molta energia. “Una quota superiore al 30% di quella prodotta da una centrale termoelettrica a combustibili fossili viene impiegata solo per il processo di separazione del CO2 mediante ammine”, spiega Armaroli. Un’analisi comparativa dimostra inequivocabilmente che l’elettricità prodotta dalle energie rinnovabili ha un ritorno energetico superiore a quello della elettricità da centrali termoelettriche dotate di CCS.

Infine, agendo solo sulla CO2, non contribuisce a ridurre le altre emissioni inquinanti prodotte dalla combustione dei fossili, come invece fanno le altre opzioni di decarbonizzazione.

Costi insostenibili senza finanziamenti pubblici

Il CCS è’ una tecnologia economicamente non sostenibile. Ogni fase del processo è estremamente costosa.

l’IPCC in una panoramica delle opzioni di mitigazione e dei relativi intervalli stimati di costi e potenziali, tra le diverse misure per la decarbonizzazione, attribuisce alla CCS costi tra i più elevati e risultati tra i più irrisori.

Innumerevoli nel mondo sono i progetti falliti sul piano economico. Secondo Zero Carbon Analytics la CCS non è riuscita a decollare per due motivi: i costi e la crescente competitività delle energie rinnovabili. A fronte del crollo dei costi del solare e dell’eolico, il costo della CCS è rimasto altissimo e invariato negli anni, e i progetti attualmente esistenti sono per la maggior parte sostenuti con sussidi pubblici.

Anche nel caso locale il progetto Ravenna CCS è stato avviato nel 2024 solo dopo aver avuto garanzia di finanziamenti pubblici.

Utilizzando i pozzi esausti per lo stoccaggio della CO2 le compagnie petrolifere avranno l’immediato vantaggio economico di risparmiare gli ingenti costi per le bonifiche dovute, procrastinandoli a un tempo indefinito. Quindi si accollano alle generazioni future non solo i rischi della CO2 stoccata, ma anche quelli della bonifica di infrastrutture sostanzialmente anacronistiche.

Bilancio costi/benefici

I diversi progetti di CCS finora, nel mondo, si sono dimostrati deludenti, insicuri, assolutamente non convenienti economicamente e, soprattutto, non utili a contrastare il cambiamento climatico.

“Produrre CO2 per poi catturarla e immagazzinarla è un procedimento contrario ad ogni logica scientifica ed economica; è molto più semplice ed economico usare, al posto dei combustibili fossili, le energie rinnovabili, fotovoltaico, eolico, idroelettrico, che non producono né CO2, né inquinamento” afferma Vincenzo Balzani, professore emerito del dipartimento di Chimica di UniBo.

“Il tempo è scaduto: non abbiamo margini per investire tempo e risorse pubbliche in una soluzione come la CCS che, dopo oltre 50 anni di costosi quanto clamorosi insuccessi, non ha mostrato la capacità di poter andare oltre il suo perenne status di curiosità scientifica.”

Afferma Nicola Armarolii dirigente di ricerca del CNR.

Per noi della Rete Giustizia Climatica la cattura e stoccaggio della CO2 viene proposta come operazione in favore del clima, ma è solo una facciata dietro cui le società degli idrocarburi si nascondono per continuare a estrarre gas e petrolio il più a lungo possibile, ottenendo l’autorizzazione a rimandare sine die il taglio delle emissioni, a scopo di lasciare la situazione complessiva così come sta: quindi si tratta di una grande operazione di greenwashing.

 

​ PETIZIONE PER LA MESSA IN SICUREZZA E LA RIQUALIFICAZIONE DEGLI ASSI VIARI DI CORSO GIOVECCA / VIALE CAVOUR  E CORSO PORTA MARE / PORTA PO

Il gruppo MOBILITA’ del Forum ha elaborato una PETIZIONE PER LA MESSA IN SICUREZZA E LA RIQUALIFICAZIONE DEGLI ASSI VIARI DI CORSO GIOVECCA / VIALE CAVOUR  E CORSO PORTA MARE / PORTA PO con la richiesta di attuare urgentemente le misure previste dal Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS)

Per consegnare la petizione al Sindaco sono necessarie 100 firme, ma intendiamo raccoglierne di più. Per questo invitiamo tutti a partecipare attivamente alla raccolta delle firme. E’ sufficiente che ognuno firmi e raccolga le firme di parenti e conoscenti. In tanti potremo ottenere un buon risultato.

Di seguito  il link e per chi voglia prodursi attivamente alla raccolta firme, alcune indicazioni:

– Stampare il documento allegato che contiene già il modulo con 15 firme

– Possono firmare tutte le persone residenti nel comune di Ferrara che abbiano compiuto 16 anni (non raccogliamo le firme delle persone domiciliate perché la procedura è complessa)

–   Scrivere tutti i dati in stampatello, solo la firma in corsivo

–  Consegna dei moduli firmati: 1) il giorno 9 luglio dalle 18 alle 19 presso il bar Paradiso verde in viale Alfonso d’ Este 1  2) contattando Francesca al 3473118833.

PETIZIONE Giovecca_Portamare

A quindici anni dal tradito referendum sull’acqua, inchiesta sulle pratiche di privatizzazione del servizio idrico

Tratto da Altreconomia 293 — Giugno 2026

I tentacoli della finanza sull’acqua. Inchiesta sul referendum tradito

di Luca Martinelli — 1 Giugno 2026

Una protesta a Milano contro la privatizzazione dell’acqua pubblica davanti al palazzo della Regione. Nel capoluogo lombardo l’assalto dei privati sull’acqua è stato, per ora, sventato © Agenzia Fotogramma

I 26 milioni di “Sì” che nel 2011 avevano chiesto la gestione pubblica delle risorse idriche sono stati disattesi. Le controparti -A2A, Acea, Hera e Iren- hanno vinto. Gli azionisti, tra cui BlackRock, festeggiano mentre i costi in bolletta esplodono.

A quindici anni dal referendum del 12 e 13 giugno 2011, mentre emergono a causa della crisi climatica nuove consapevolezze sulla complessità della gestione di acquedotti, fognature e sistemi di depurazione, il bilancio di quel voto è senz’altro negativo.

Anche se 26 milioni di italiani scelsero il “Sì” (cioè la maggioranza assoluta della popolazione, dato da tenere a mente visto il progressivo allontanamento dalle urne negli ultimi tre lustri), decidendo di abrogare due norme relative all’affidamento dei servizi pubblici locali e alla determinazione della tariffa del servizio idrico integrato, a vincere davvero sono stati i grandi “nemici” di allora: le società multi-servizi (oltre all’idrico gestiscono rifiuti e distribuzione elettrica e gas) quotate in Borsa, A2A, Acea, Hera e Iren.

L’immagine che meglio le descrive è quella delle piovre che allargando e allungando i tentacoli coprono un’area sempre più estesa del Paese. Questo è vero, in particolare, per Acea, Hera e Iren che hanno visto aumentare in modo significativo il numero di abitanti serviti, che è passato da 13,87 milioni di persone nel 2014 a 16,5 milioni nel 2025: il 20% in più e pari al 28% della popolazione del Paese alla fine dello scorso anno.

Oltre un residente su quattro, insomma, paga la bolletta a una società quotata in Borsa. E questa è sempre più cara: nel 2025 la spesa media sostenuta dalle famiglie italiane è stata pari a 528 euro, il 5,4% in più rispetto ai 500 del 2024, mentre confrontando il dato con il 2019, il costo a livello nazionale è aumentato del 30%, come spiega il dodicesimo “Rapporto sul servizio idrico integrato”, presentato dall’organizzazione Cittadinanzattiva a marzo 2026.

“La tariffa media è calcolata considerando una famiglia di tre componenti e un consumo di 182 metri cubi annui. Nel 2011 la spesa annua era pari a 274 euro. L’aumento è del 92%, a fronte di un’inflazione sotto il 30%”, spiega Corrado Oddi, tra i portavoce del Forum italiano dei movimenti per l’acqua e del Comitato referendario “2 Sì per l’acqua bene comune”, oggi tra i referenti della Rete emergenza climatica e ambientale in Emilia-Romagna. Oddi invita a scorrere l’elenco delle città più care sul dossier di Cittadinanzattiva. Sul podio ci sono Frosinone (973 euro), Pisa (861 euro) e Livorno (860 euro), dove il servizio idrico integrato è affidato direttamente a società pubblico-private partecipate da azionisti quotati: sono Acea Ato 5 (controllata al 98,5% da Acea, a Frosinone), Acque (partecipata 45% da Acea, a Pisa) e Asa (partecipata al 40% da Ireti, cioè Iren, a Livorno).

Le città più care d’Italia sono Pisa, Frosinone e Livorno dove il servizio idrico è affidato direttamente a società pubbliche-private partecipate da azionisti quotati

Eccola la piovra: ramificazioni di partecipazioni che rendono sempre più complesso capire dove -ovvero in quali territori- ci potrebbe essere spazio per parlare di ripubblicizzazione, cioè dell’idea che la vittoria al referendum potesse avviare una stagione per allontanare i soci privati e le società quotate ma anche portare a riformare il modello delle società per azioni in house.

È certo, in questo campo, che “il referendum, con il primo quesito, ha comunque rallentato i processi di privatizzazione”, come sostiene Oddi. Alcune Regioni, città e Aree metropolitane restano saldamente in mano a società pubbliche, ad esempio la Regione Puglia, il Comune di Milano, la Città metropolitana di Milano o quella di Torino, e probabilmente questo ha portato anche a un rallentamento nell’espansione dei tentacoli: la quarta multiutility quotata, A2A, ad esempio, si sta lentamente sfilando dal settore, complice l’impossibilità di conquistare la gestione del servizio nelle proprie aree di riferimento, in particolare la Lombardia.

In Toscana, è nato il progetto di Plures, una multiutility a controllo pubblico che dopo aver liquidato il socio privato presente a Firenze, Prato e Pistoia, che è Acea, avrebbe dovuto quotarsi in Borsa. “Questo non accadrà -continua Oddi-, perché i comitati hanno manifestato la propria contrarietà. A Empoli anche con un referendum comunale, indirizzando al momento la scelta della Regione verso il pubblico”. E ancora: “Ci sono vertenze aperte a Cuneo (dove a metà maggio è stata votata la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, ndr), a Macerata e poi Parma e Ferrara dove, con le concessioni in scadenza nel 2027, vorremmo porre la questione dell’affidamento in house”.

L’in house providing, cioè l’affidamento diretto senza gara a un’azienda controllata al 100% dagli enti pubblici territoriali, era il nemico pubblico del Governo Berlusconi e del ministro degli Affari europei Andrea Ronchi, ex missino in quota Alleanza nazionale, che lega il suo nome a quella riforma e che oggi è presidente di Ferservizi Spa, una società (100% pubblica) che fa parte del gruppo Ferrovie dello Stato.

“Attualmente è sotto attacco l’esperienza di ABC Napoli, l’unica azienda speciale a gestire il servizio in una città importante -spiega Oddi- il sindaco Manfredi ha in testa di trasformarla in una Spa a capitale pubblico”. La differenza non è solo formale ma è uno dei temi di cui tanto si è discusso al tempo del referendum: l’azienda speciale è un soggetto di diritto pubblico e non di diritto privato mentre una società per azioni potrebbe sempre aprire il proprio capitale a soci privati.

ABC Napoli ha bilanci in ordine con pochi utili ma, e come emerge dal report di Cittadinanzattiva, Napoli e la Campania sono anche il capoluogo e la Regione dove le tariffe sono cresciute meno negli ultimi anni: la bolletta nel 2025 è di 251 euro meno della metà della media nazionale. “Il Governo Draghi con il decreto legislativo 201 del 2022 ha tolto la possibilità di affidamento della gestione ad aziende speciali per i servizi a rete -conclude Oddi-. Per società già esistenti, come ABC, c’è però la possibilità di una proroga”.

Attualmente è sotto attacco l’esperienza di ABC Napoli, l’unica azienda speciale a gestire il servizio in una città importante”

– Corrado Oddi

Un dato evidenzia ciò che può accadere quando il servizio è affidato a privati. Lo si misura sfogliando i bilanci dell’ultimo decennio di Acea, Hera e Iren: tra il 2014 e il 2025 le tre società quotate in Borsa hanno cumulato sull’idrico oltre 6,5 miliardi di margine operativo, 3,5 miliardi dei quali solo Acea e le sue controllate. Ogni anno le stesse aziende pagano agli azionisti dividendi sempre più alti mentre incassano finanziamenti pubblici per realizzare gli investimenti, anche quelli del Piano nazionale ripresa e resilienza (Pnrr): nel 2026 il consiglio d’amministrazione di Acea propone all’assemblea un dividendo di 1,20 euro per azione (il cui valore nominale è di 5,16 euro); per ogni azione Hera il dividendo è di 0,16 euro (valore nominale un euro); per quanto riguarda Iren, infine, la cedola è pari a 0,055 euro per azione (valore nominale un euro).

La situazione però non riguarda solo margini e dividendi. La finanziarizzazione è anche altro: nel 2011 il 60,8% delle azioni Hera era controllato dal pubblico, nel 2025 tale quota è scesa al 45,82%. E tra i soci privati ci sono la banca d’affari Lazard e poi BlackRock, Vanguard, e State Street: la utility, insomma, è finita “nelle mani dei fondi”, citando il titolo del libro di Alessandro Volpi uscito nel 2024 per Altreconomia.

Nel 2011 il 60,8% delle azioni Hera era controllato dal pubblico, nel 2025 la quota è scesa al 45,82%. Tra i soci privati ci sono BlackRock, Vanguard e State Street

C’è poi il tema della revisione del meccanismo tariffario prevista dal secondo quesito referendario. Il punto è che, invece di cancellare la remunerazione del capitale, com’era indicato dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, le modifiche hanno finito per introdurre nuovi oneri che non vanno a coprire solo gli investimenti sulla rete ma -come è stato scoperto a Trieste, dove il gestore è Acegas-Aps, controllato da Hera- remunerano ad esempio anche i super stipendi dei dirigenti.

La rendita “certa” all’interno di un mercato regolato porta poi ad altri paradossi che non possono essere ignorati: nel 2011 la capitalizzazione di Hera valeva 1,22 miliardi di euro, nel 2025 quasi sei miliardi di euro. Di questi, circa 3,25 miliardi sono in mani private che usano le azioni delle utility come asset finanziari.

Tra il 2014 e il 2025 Acea, Hera e Iren, tutte quotate in Borsa, hanno cumulato sull’idrico oltre 6,5 miliardi di margine operativo, 3,5 miliardi solo Acea e le sue controllate

Una dimostrazione è quanto successo nei primi mesi del 2026 nell’azionariato di Acea: a fine 2025 la multinazionale francese Suez deteneva il 23,33% delle azioni (valore 444,18 milioni di euro nel 2014, 1,1 miliardi nel 2025), mentre l’editore e costruttore Francesco Gaetano Caltagirone il 7,75% (che valeva 147,55 milioni nel 2014, 364,8 a fine 2025); nel primo trimestre entrambi sono scesi e vendendo le azioni Acea hanno incassato, secondo le nostre stime, ben 200 milioni (Suez) e 115 milioni di euro (Caltagirone).

La stima di quanto ha incassato l’editore e costruttore Francesco Gaetano Caltagirone nel primo trimestre 2026 vendendo una parte della propria partecipazione in Acea è di 115 milioni di euro

Acea intanto riceve finanziamenti pubblici (703 milioni di euro solo in ambito Pnrr) e potrebbe ottenere di posticipare di dieci anni la scadenza della concessione di gestione dell’acquedotto di Roma e provincia (in capo ad Acea Ato 2, quattro milioni di persone servite) per recuperare il capitale che investirà nel contestatissimo raddoppio dell’Acquedotto del Peschiera, un contenzioso aperto da vent’anni con il territorio reatino da cui proviene gran parte dell’acqua consumata nella capitale.

Questa inchiesta è dedicata a Emilio Molinari (1939-2025), cuore e testa di quello straordinario movimento e anche molto altro © Gigi Malabarba

Il professor Emanuele Fantini, che insegna all’Ihe delft institute for water education, il più grande istituto internazionale al mondo per la formazione post-laurea nel settore delle risorse idriche con sede a Delft in Olanda, sottolinea l’esigenza di riprendere lo spirito referendario, quello della straordinaria campagna che portò nel 2010 a raccogliere 1,4 milioni di firme. “Quel movimento seppe influenzare una serie di battaglie per altri beni comuni, dai fiumi al suolo, passando per quelle contro l’impianto delle mini centrali idroelettriche, sempre declinate in tema di beni comuni -spiega-. A questi si è poi aggiunto il tema della cura, che resta centrale tra attivisti e ricercatori, riuscendo a tenere insieme scala locale, azioni sul territorio e il legame con una rete di solidarietà internazionale all’interno di spazi, come il Forum sociale mondiale, che oggi mi sembra facciano fatica. La crisi climatica rende ancor più necessario tutto questo”. A 15 anni dal referendum, tornare a parlare di acqua bene comune è un’urgenza assoluta.

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Approfondimento sul tema del nucleare in Italia

L’Associazione medici per l’ambiente critica il disegno di legge delega sul ritorno all’atomo e mette in fila rischi sanitari, costi, scorie, tempi lunghi e dipendenza tecnologica dall’estero

Il ritorno del nucleare in Italia, anche nella versione dei piccoli reattori modulari, non rappresenta una risposta adeguata alla crisi climatica ed energetica. È questa la posizione espressa da ISDE Italia, Associazione medici per l’ambiente, nel position statement “Il nucleare, in questo momento, è una scelta insostenibile, non sicura e incompatibile con la tutela ambientale e sanitaria”, firmato da Agostino Di Ciaula, Fabrizio Bianchi, Fausto Bersani, Gianni Tamino, Maria Grazia Petronio e Roberto Romizi.

Il documento arriva mentre il disegno di legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, già approvato in prima lettura dalla Camera, prosegue il suo iter parlamentare. Il provvedimento punta a costruire un quadro normativo per valutare e disciplinare l’impiego delle tecnologie nucleari di nuova generazione e dell’energia da fusione, con particolare attenzione agli Small Modular Reactors, cioè piccoli reattori modulari.

Secondo ISDE Italia, tuttavia, questa prospettiva presenta criticità rilevanti e rischia di distogliere risorse, tempo e attenzione dalle soluzioni già disponibili: fonti rinnovabili, efficienza energetica, reti intelligenti, sistemi di accumulo e comunità energetiche rinnovabili.

I rischi sanitari per lavoratori e comunità

Il primo punto sollevato dall’associazione riguarda la salute. ISDE richiama recenti evidenze scientifiche internazionali secondo cui l’esposizione a basse dosi di radiazioni ionizzanti può aumentare il rischio sanitario per i lavoratori del settore nucleare e per le comunità che vivono nei pressi degli impianti.

Il problema, sottolineano gli autori, non riguarda soltanto gli incidenti gravi, ma anche esposizioni considerate compatibili con gli standard regolatori. Gli effetti citati sono soprattutto di tipo oncologico, con particolare attenzione alla popolazione esposta per ragioni professionali o residenziali.

Piccoli reattori modulari, una tecnologia ancora incerta

Il Governo presenta i piccoli reattori modulari come una possibile “nuova via italiana” al nucleare. Ma per ISDE questa tecnologia non può essere considerata una soluzione pronta, sicura e conveniente.

Gli Small Modular Reactors, ricorda il documento, nascono in ambito militare per la propulsione di sottomarini e portaerei e non hanno ancora una diffusione civile consolidata su larga scala. Restano aperte molte incognite: tempi di progettazione e realizzazione, costi effettivi, gestione delle scorie, sicurezza degli impianti e reale contributo alla decarbonizzazione.

Ancora più lontana appare la prospettiva della fusione nucleare. ISDE sottolinea che si tratta di una tecnologia ancora sperimentale, con costi cresciuti rispetto alle stime iniziali e tempi incompatibili con l’urgenza della crisi climatica. Le valutazioni realistiche collocano una possibile diffusione su larga scala non prima del 2060.

Tempi troppo lunghi per la crisi climatica

La crisi climatica richiede riduzioni rapide delle emissioni climalteranti. Per ISDE, il nucleare non risponde a questa urgenza perché richiede tempi lunghi di pianificazione, autorizzazione, costruzione e messa in esercizio.

Nel frattempo, le risorse economiche e politiche potrebbero essere sottratte a misure immediatamente praticabili: uscita dalle fonti fossili, sviluppo estensivo delle rinnovabili, ammodernamento della rete elettrica, accumuli, efficienza energetica e semplificazione delle comunità energetiche rinnovabili.

Il punto centrale è che il nucleare rischia di arrivare troppo tardi rispetto agli obiettivi climatici, mentre le fonti rinnovabili sono già disponibili, sempre più competitive e più rapide da installare.

Scorie radioattive, il nodo irrisolto

Uno degli aspetti più critici resta la gestione dei rifiuti radioattivi. L’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo neppure per i rifiuti derivanti dalle vecchie centrali nucleari chiuse dopo il referendum e dagli altri usi civili e sanitari delle tecnologie radioattive.

Secondo ISDE, il problema potrebbe aggravarsi con i piccoli reattori modulari. Alcuni studi indicano infatti che questa tecnologia potrebbe produrre, per unità di energia generata, una quantità di rifiuti radioattivi superiore rispetto ai reattori nucleari oggi più diffusi.

Per l’associazione, avviare una nuova stagione nucleare senza aver risolto il problema delle scorie significherebbe trasferire rischi e responsabilità alle generazioni future.

Il fabbisogno di impianti e il rischio del territorio italiano

Il documento richiama anche le stime contenute nella relazione illustrativa del disegno di legge sul nucleare sostenibile: per coprire tra l’11% e il 22% della domanda elettrica italiana servirebbero tra 8 e 16 gigawatt di capacità nucleare installata.

Considerando una taglia di circa 100 megawatt elettrici per ogni piccolo reattore modulare, ISDE stima che sarebbero necessari circa 120 impianti, una quantità paragonabile a un reattore per provincia. Una prospettiva giudicata irrealistica anche alla luce della fragilità del territorio nazionale, segnato da rischio idrogeologico e sismico diffuso.

Costi, uranio e dipendenza dall’estero

La sostenibilità economica è un altro punto contestato. ISDE evidenzia l’aumento del prezzo dell’uranio, passato da circa 26 dollari per libbra nel giugno 2016 a circa 85 dollari per libbra oggi, con previsioni di ulteriore crescita.

A questo si aggiunge la dipendenza tecnologica e di approvvigionamento da Paesi extraeuropei. Le tecnologie dei piccoli reattori modulari sono sviluppate soprattutto da aziende fuori dall’Unione europea, mentre l’Europa dipende quasi interamente dall’estero per uranio e servizi di lavorazione.

In un contesto geopolitico instabile, osserva ISDE, puntare sul nucleare significherebbe sostituire una dipendenza energetica con un’altra, invece di rafforzare l’autonomia attraverso rinnovabili, reti distribuite e produzione locale.

Sicurezza informatica e rischio di incidenti

I piccoli reattori modulari, essendo impianti fortemente digitalizzati, automatizzati e potenzialmente controllabili da remoto, pongono anche problemi di sicurezza informatica. ISDE segnala la vulnerabilità a possibili attacchi cyber, con conseguenze potenzialmente gravi su infrastrutture ad alto rischio.

Il documento richiama inoltre i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sugli eventi legati a contrabbando, furti, smarrimenti o traffico illecito di materiali radioattivi. Tra il 1993 e il 2025 sono stati registrati oltre 4.600 eventi in 145 Stati monitorati; nel solo 2025 gli incidenti segnalati sono stati 235 in 34 Paesi.

Una questione anche democratica

Per ISDE, la transizione energetica non è soltanto una scelta tecnica, ma anche democratica. Il modello proposto dall’associazione è quello di una produzione energetica distribuita, fondata su rinnovabili, comunità energetiche, partecipazione locale, accesso equo all’energia e controllo pubblico e comunitario delle scelte strategiche.

Il nucleare, al contrario, viene descritto come una tecnologia centralizzata, costosa, dipendente da grandi operatori industriali e poco compatibile con una governance partecipata. In questa prospettiva, la transizione energetica dovrebbe rafforzare democrazia, giustizia sociale, tutela sanitaria e rispetto dell’ambiente.

La conclusione di ISDE

La posizione dell’Associazione medici per l’ambiente è netta: nelle condizioni attuali, il nucleare anche di nuova generazione è una scelta inadeguata, insostenibile, rischiosa e non compatibile con la tutela ambientale e sanitaria di lavoratori e comunità.

Per affrontare crisi climatica, crisi energetica e instabilità geopolitica, ISDE indica una strada diversa: abbandono delle fonti fossili, sviluppo deciso delle rinnovabili, efficienza energetica, reti moderne, sistemi di accumulo e comunità energetiche rinnovabili. Una strategia che, secondo l’associazione, può garantire risultati più rapidi, meno rischiosi e più coerenti con la tutela della salute pubblica.

POSITION STATEMENT ISDE ITALIA: Il nucleare, in questo momento, è una scelta insostenibile, non sicura e incompatibile con la tutela ambientale e sanitaria, giugno 2026