Il Difensore civico regionale ha risposto alla nostra istanza di intervento per omessa risposta del Comune di Ferrara in merito alla petizione popolare prot. N° 117616 del 12/06/26 ai sensi degli artt. 8 e 11 del Dlgs 267/2000 e L.R. 25/2003 e ha esortato formalmente il Comune di Ferrara a fornire, entro 30 giorni, un riscontro motivato sullo stato dell’iter e sulle decisioni relative alla petizione per la ripubblicizzazione del servizio idrico.
Una petizione sottoscritta da oltre 600 cittadini, presentata nel giugno scorso e già riconosciuta ammissibile i cui punti cardine sono: riconoscere formalmente l’acqua come bene comune privo di finalità lucrative; affidare la gestione del servizio idrico integrato a un’azienda interamente pubblica mediante il modello in house; promuovere una gestione unica a livello provinciale in vista della scadenza delle concessioni di fine 2027.
Siamo soddisfatti di questo intervento: la partecipazione dei cittadini merita ascolto e risposte. E il silenzio dell’Amministrazione non può essere la risposta a una richiesta così importante per il futuro di un bene comune.
Ma non basta ottenere una risposta: vogliamo che si apra finalmente una discussione concreta sulla gestione pubblica dell’acqua.
Per questo rilanciamo la mobilitazione del Forum Ferrara Partecipata: l’acqua è un bene comune, non una merce. E il futuro del servizio idrico riguarda tutte e tutti noi.
Continua l’approfondimento di RE COMMON sul tema CCS con due approfondimenti
1) Progetto CCS di Eni e Snam a Ravenna, i dubbi aumentano
Pubblicato il 25 Settembre 2026 | di Elena Gerebizza
Ravenna CCS è il progetto promosso dalle multinazionali fossili italiane Eni e Snam, parte del più grande progetto Callisto, finalizzato a catturare la CO2 e stoccarla nei giacimenti esausti del cane a sei zampe in mare, al largo di Ravenna.
Attualmente si è conclusa la fase pilota e, dai pochi dati pubblici a disposizione, per lo più aggregati, sembra emergere una realtà a tinte più fosche del grande successo declamato da Eni. A fronte delle 25mila tonnellate di CO2 che secondo la legge si sarebbero potute stoccare (una quantità davvero irrisoria, ndr.), i documenti pubblicati per la consultazione pubblica sul Ravenna Fase 2 parlano di circa 11mila tonnellate di CO2 iniettate fra il 1 agosto 2024 e il 31 agosto 2025.
Ravenna CCS si collega al carbonodotto promosso da Snam, il “CCS Pianura Padana”, che prevede di costruire una rete di circa 100 chilometri di gasdotti dedicati al trasporto dell’anidride carbonica per convogliare quella raccolta inizialmente dalle zone industriali di Ferrara e di Ravenna, e successivamente anche dal polo industriale di Marghera, verso l’impianto di raccolta e liquefazione che verrà costruito a Casalborsetti. Da lì la CO2 sarà infine trasportata e iniettata nei giacimenti esauriti sul fondo del mare Adriatico.
La raccolta della CO2 da questi impianti avverrebbe nella cosiddetta Fase 2, in cui Eni e Snam promettono di trasportare e sotterrare fino a 4 milioni di tonnellate di CO2 l’anno entro il 2030. Secondo lo Studio CCUS pubblicato dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica a luglio 2025, la CO2 dovrebbe essere trasportata inoltre anche in forma liquida, via treno, autobotte e nave verso il Ravenna Hub, che Eni prevede di costruire nella zona industriale di Ravenna, sul canale Candiano.
Il Ravenna CCS con le sue infrastrutture su terra e in mare fa parte del più grande progetto Callisto che, in una fase di ulteriore espansione assieme alla società francese Air Liquide, dovrebbe raccogliere e stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO2 l’anno proveniente addirittura dal distretto industriale di Fos e Etang de Berre in Francia. Questa immensa quantità di CO2 sarebbe poi trasportata via nave fino al Ravenna Hub.
Come mai il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica abbia deciso di non pubblicare informazioni che sono di interesse pubblico, relative alla fase pilota del progetto Ravenna CCS, ma di accettare che solo dati aggregati venissero pubblicati dalle aziende proponenti, rimane una domanda aperta. Il CCS di Ravenna è il primo progetto di questo tipo in fase di realizzazione nel nostro paese. Sulla tecnologia sono molte le voci critiche che sollevano dubbi sia sulla sua efficacia che sui costi, ma anche sugli impatti sull’ambiente e sulla salute delle persone, in particolare in caso di incidente. Dubbi che abbiamo sollevato in relazione alla parte delle infrastrutture incluse nel CCS Pianura Padana, sia nelle osservazioni alla valutazione di impatto ambientale che nel ricorso che abbiamo presentato al TAR della regione Lazio.
Come gestire i diversi aspetti dello sviluppo di queste infrastrutture e tecnologie, e quale sarà il regime di remunerazione per il gestore, è tutto da definire. Visti i costi e i rischi (economico finanziari, ma non solo), le corporation vorrebbero che la Commissione europea pagasse una parte dell’investimento (stimato in oltre un miliardo per il CCS di Ravenna) e che lo Stato facesse da garante per la remunerazione attesa del ricavo dall’investimento sia per lo stoccaggio che per il trasporto della CO2. In altre parole, che la tecnologia funzioni o meno, le aziende dovrebbero essere ripagate dalle casse pubbliche, scaricando quindi costi e rischi sulle bollette e sulla collettività.
In un momento in cui si discute molto del costo della bolletta energetica per le famiglie e le imprese, crediamo sia cruciale aprire spazi pubblici per discutere e analizzare pro e contro delle diverse possibilità, evitando che siano le famiglie a pagare il costo di scelte affrettate. Per altro scelte fatte basandosi sulle richieste delle aziende ma in assenza di una discussione pubblica e informata. ReCommon lo ha segnalato alla Commissione 8 del Senato, incaricata di decidere se deve essere appunto il Parlamento a legiferare in materia, o se invece la competenza deve essere delegata al governo. Come fortemente auspicato dalle aziende.
Vogliamo una città che scelga la salute, la vivibilità e il futuro ecologico Mercoledì 30 settembre alle ore 18, presso il chiostro di Santa Maria in Vado, il Forum Ferrara Partecipata organizza un incontro pubblico con i residenti del quartiere, e tutti i cittadini interessati, per un confronto sui problemi della mobilità nella zona medioevale e della mancata estensione della ZTL. Nei precedenti incontri avevamo valutato varie proposte di interventi necessari per il miglioramento della situazione attuale e avevamo concordato sull’urgenza di richiedere il miglioramento della sicurezza per pedoni e ciclisti in via XX Settembre: sono passati quasi nove mesi e non abbiamo ancora ricevuto dal Sindaco la risposta alla formale petizione che avevamo presentato lo scorso 7 gennaio. Nel frattempo abbiamo saputo che l’Assessore alla Mobilità ha presentato una bozza di allargamento della ZTL medioevale ad alcune associazioni di categoria e ad alcuni gruppi di cittadini. Abbiamo richiesto di incontrare l’Assessore e i funzionari comunali e siamo in attesa di risposta. Nel corso dell’incontro verranno dati aggiornamenti sulla situazione attuale. e valuteremo come continuare ad impegnarci su questi temi. Come Forum Ferrara Partecipata riteniamo che la mobilità sia un tema centrale per il futuro della città e intendiamo impegnarci per una città libera dalle automobili e quindi “vivibile”. Vivibile per il miglioramento della qualità dell’aria, vivibile per la sicurezza stradale, vivibile per il miglioramento della qualità degli spazi. Crediamo che per una visione di rinnovamento a Ferrara si debba partire dal tema della decarbonizzazione nel trasporto, della “mobilità ad emissione zero”. Saranno presenti le referenti del Forum Ferrara Partecipata Francesca Cigala Fulgosi e Anna Maria Faccini.
L’associazione contesta la cancellazione della tassa e chiede al Governo: il commento
“Una misura contraria alla salute e alla riduzione dell’inquinamento atmosferico”. E’ quanto affermato da Forum Ferrara Partecipata, a seguito della notizia recente che nel 2027 verrà soppressa la tassa relativa al bollo auto, ritenuta dalla presidente del Consiglio Meloni “la tassa più odiata dagli Italiani”.
“Non sappiamo se davvero agli italiani dispiaccia pagare le tasse che confluendo nei bilanci regionali servono a coprire i costi dei servizi pubblici essenziali gestiti dall’ente locale, prima fra tutti la sanità pubblica e il trasporto locale, sappiamo però che questa scelta è in netta contrapposizione con quanto pubblicizza il Ministero dell’ambiente e della Sicurezza Energetica”, commenta Forum Ferrara.
“Il Mase infatti – aggiungono – ha lanciato una campagna di comunicazione istituzionale denominata ‘Cultura e consapevolezza’. Lo spot ufficiale con lo slogan ‘In Italia ci teniamo a fare zero zero per l’ambiente’ fa riferimento all’impegno comune di cittadini, imprese e istituzioni per ridurre a zero gli sprechi, zero i residui e zero le emissioni, nell’ambito dei Climate City Contract. Si tratterebbe cioè di azzerare con azioni mirate e contrarie quanto prodotto ai danni dell’ambiente”.
“Quindi – si chiediono -, ha senso incentivare l’uso dell’auto privata sgravata dal bollo producendo emissioni dannose, e poi rimuovere (come?) la stessa quantità e tipologia di emissioni, per raggiungere il totale di zero emissioni? Non sarebbe meglio invece impiegare lo stesso importo (2,3 miliardi di euro) ammesso che sia possibile utilizzare così il residuo Pnrr, per incentivare subito il trasporto pubblico locale che abbatte naturalmente le emissioni? E chiediamo ancora al Governo: in questo gioco di emissioni più ed emissioni meno, è chiaro quale pericolo continuano a correre i cittadini in fatto di salute?”.
“Il trasporto su strada è responsabile di gran parte delle emissioni di ossidi di azoto e polveri totali sospese, tanto che l’Italia resta, all’interno della Eu il paese con il maggior numero di morti premature. In particolare nelle regioni padane il trasporto è fonte prevalente di Co2 e di sostanze effetto climalterante”, concludono.
Per queste ragioni Forum Ferrara Partecipata aderisce insieme ad altre associazioni (Cittadini per l’Aria, Clean Cities, Isde, Kyoto club, Torino respira, Legambente, Greenpeace e Wwf) alla richiesta al Governo di revoca di “questa misura iniqua che risponde allo slogan ‘Zero salute, Zero difesa dell’ambiente’”.
E’ notizia recente che nel 2027 verrà soppressa la tassa relativa al bollo auto, ritenuta dalla Presidente del Consiglio Meloni “ la tassa più odiata dagli Italiani”. Non sappiamo se davvero agli italiani dispiaccia pagare le tasse che confluendo nei bilanci regionali servono a coprire i costi dei servizi pubblici essenziali gestiti dall’ente locale, prima fra tutti la sanità pubblica e il trasporto locale, sappiamo però che questa scelta è in netta contrapposizione con quanto pubblicizza il Ministero dell’ambiente e della Sicurezza Energetica.
Il MASE infatti ha lanciato una campagna di comunicazione istituzionale denominata “Cultura e consapevolezza”. Lo spot ufficiale con lo slogan ‘ in Italia ci teniamo a fare “zero zero” per l’ambiente’ fa riferimento all’impegno comune di cittadini, imprese e istituzioni per ridurre a zero gli sprechi, zero i residui e zero le emissioni, nell’ambito dei Climate City Contract. Si tratterebbe cioè di azzerare con azioni mirate e contrarie quanto prodotto ai danni dell’ambiente.
Quindi ci chiediamo ha senso incentivare l’uso dell’auto privata sgravata dal bollo producendo emissioni dannose, e poi rimuovere (come?) la stessa quantità e tipologia di emissioni, per raggiungere il totale di zero emissioni?
Non sarebbe meglio invece impiegare lo stesso importo – 2,3 miliardi di euro – ammesso che sia possibile utilizzare così il residuo PNRR, per incentivare subito il trasporto pubblico locale che abbatte naturalmente le emissioni?
E chiediamo ancora al Governo: in questo gioco di emissioni più ed emissioni meno, è chiaro quale pericolo continuano a correre i cittadini in fatto di salute?
Il trasporto su strada è responsabile di gran parte delle emissioni di ossidi di azoto e polveri totali sospese, tanto che l’Italia resta, all’interno della EU il paese con il maggior numero di morti premature attribuibili al PM2.5. In particolare nelle regioni padane il trasporto è fonte prevalente di CO2 e di sostanze effetto climalterante.
Per queste ragioni il Forum Ferrara Partecipata aderisce insieme ad altre associazioni (Cittadini per l’Aria, Clean Cities, ISDE, Kyoto club, Torino respira, Legambiente, Greenpeace e WWF) alla richiesta al Governo di revoca di questa misura iniqua che risponde allo slogan “ ZERO salute, ZERO difesa dell’ambiente”.
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La siccità non è più soltanto un’emergenza legata a qualche stagione particolarmente asciutta. In Italia sta diventando un problema strutturale, alimentato dal cambiamento del regime delle precipitazioni, dall’aumento delle temperature, dalla riduzione della neve e dei ghiacciai e da una domanda d’acqua che deve confrontarsi con infrastrutture, sistemi di monitoraggio e modelli di governance non sempre adeguati.
È il quadro che emerge da “Drought, water scarcity and water crises in Italy: an executive summary from a scientific perspective”, pubblicato nel 2026 da CNR Edizioni. Il documento raccoglie e rende accessibili a livello internazionale i principali risultati del volume Siccità, scarsità e crisi idriche, realizzato nel 2024 da un ampio gruppo di ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche con il contributo di ISPRA, Dipartimento della Protezione Civile e struttura commissariale per gli interventi urgenti connessi alla scarsità idrica.
Il messaggio centrale è netto: occorre passare dalla gestione dell’emergenza alla gestione preventiva del rischio siccità, costruendo una politica dell’acqua capace di integrare clima, disponibilità della risorsa, ecosistemi, infrastrutture e consumi.
Siccità, scarsità d’acqua e crisi idrica non sono la stessa cosa
Il rapporto parte da una distinzione importante.
La siccità è un fenomeno caratterizzato dal persistere di un deficit rispetto alle condizioni normali di precipitazioni, contenuto d’acqua nel suolo e disponibilità nelle acque superficiali e sotterranee.
La scarsità idrica si verifica invece quando la disponibilità non riesce a soddisfare, in tutto o in parte, la domanda per gli usi umani e per le necessità ecologiche.
Quando questa situazione si prolunga e gli effetti economici, sociali e ambientali diventano sempre più gravi si arriva alla vera e propria crisi idrica.
È una distinzione tutt’altro che teorica. Una siccità meteorologica non deve necessariamente trasformarsi in una crisi se il territorio dispone di riserve, infrastrutture efficienti e sistemi di gestione adeguati. Al contrario, condizioni climatiche non eccezionali possono determinare gravi problemi dove la domanda è molto elevata o le reti e le riserve sono vulnerabili.
In Italia piove meno e aumentano le temperature
Uno dei dati di fondo riguarda l’evoluzione delle precipitazioni.
La precipitazione media annua nazionale nel periodo 1991-2020 è scesa a 944 millimetri, contro i circa 990 millimetri del periodo 1921-1950. Alla riduzione delle quantità complessive si accompagna anche una diminuzione del numero dei giorni piovosi.
Parallelamente, le temperature sono aumentate. Dal 2000 in poi la temperatura media annua è risultata quasi sempre superiore alla media 1991-2020. Il 2022, oltre a essere stato l’anno con le precipitazioni più basse della serie considerata, è stato anche il più caldo dal 1961, seguito dal 2023.
Caldo e deficit di precipitazioni agiscono insieme: temperature più elevate significano maggiore evapotraspirazione e quindi una perdita più rapida di acqua da suoli, vegetazione e bacini.
La risorsa idrica rinnovabile è diminuita del 13%
Uno dei dati più significativi del documento riguarda la disponibilità complessiva di acqua rinnovabile.
Confrontando il periodo 1987-2023 con il 1951-1986, il rapporto indica una riduzione del 13% del cosiddetto “internal flow”, cioè la quantità di acqua derivante dalle precipitazioni al netto dell’evapotraspirazione.
Il fenomeno non riguarda soltanto le acque superficiali. Le evidenze disponibili indicano un progressivo depauperamento delle risorse sotterranee in diverse aree del Nord, del Centro e del Sud Italia.
Il problema è particolarmente rilevante perché le falde rappresentano una componente decisiva dell’approvvigionamento nazionale.
L’85% dell’acqua potabile arriva dalle falde
Per gli usi civili, infatti, circa l’85% dell’acqua utilizzata in Italia proviene dalle risorse sotterranee: il 49% dai pozzi e il 36% dalle sorgenti.
Solo il restante 15% deriva da acque superficiali, invasi, laghi naturali e, in misura ancora marginale, dalla desalinizzazione.
Questo rende la conoscenza delle falde strategica. Eppure il CNR evidenzia importanti lacune: la distribuzione delle reti di monitoraggio varia fortemente da regione a regione e lo stato quantitativo è valutato soltanto per una parte dei corpi idrici sotterranei.
Anche le informazioni sui prelievi reali restano spesso insufficienti, soprattutto per l’irrigazione, dove una quota rilevante dell’acqua viene prelevata direttamente dagli agricoltori da pozzi o corsi d’acqua senza misurazione sistematica.
Neve e ghiacciai: viene meno una riserva naturale
Il rapporto dedica particolare attenzione alla criosfera.
Sulle Alpi italiane l’equivalente in acqua della neve ha registrato tra il 1967 e il 2020 una diminuzione media stimata in circa 51 millimetri per decennio. Nel 2022 e nel 2023 le anomalie negative dell’accumulo nevoso sono state eccezionali.
Anche i ghiacciai hanno subito una forte accelerazione delle perdite a partire dal 2003. Nelle Dolomiti, secondo lo studio citato dal rapporto, tra gli anni Ottanta e il 2023 è scomparso circa il 56% della superficie glaciale, con una riduzione media dello spessore superiore a 30 metri.
La conseguenza idrologica è fondamentale.
Neve e ghiacciai funzionano come una sorta di riserva naturale, accumulando acqua durante la stagione fredda e rilasciandola nei mesi più caldi. La fusione glaciale può temporaneamente compensare la mancanza di precipitazioni, ma soltanto fino a un punto.
Quando viene raggiunto il cosiddetto “peak water”, cioè il massimo contributo derivante dalla fusione, la progressiva scomparsa del ghiaccio determina successivamente una riduzione delle portate.
Il Po porta meno acqua rispetto al passato
Il rapporto richiama anche l’evoluzione di lungo periodo del Po.
Le portate medie estive sarebbero diminuite da circa 2.100 metri cubi al secondo all’inizio dell’Ottocento a circa 1.600 nel 2020.
A questa tendenza contribuiscono sia le trasformazioni climatiche sia i prelievi, in particolare quelli destinati all’irrigazione.
Le crisi idriche non costituiscono peraltro una novità. Il documento ricostruisce numerosi episodi avvenuti dal 2000 in poi: dal Nord Italia nel 2000 alle crisi del bacino del Po del 2003 e del 2006, fino alla grande siccità del 2022-2023 che ha interessato Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e diverse regioni del Centro.
Nel 2024-2025 le maggiori criticità si sono invece spostate verso Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.
Il 56% dei prelievi d’acqua è destinato all’agricoltura
La gestione delle future crisi idriche deve partire anche dalla conoscenza della domanda.
In Italia vengono prelevati mediamente circa 30,4 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Di questi, il 56% è destinato all’agricoltura, il 31% agli usi civili e il 13% all’industria.
L’agricoltura è quindi il principale utilizzatore della risorsa.
Il cambiamento climatico rischia però di aumentare ulteriormente la domanda irrigua proprio mentre diminuisce la disponibilità. Temperature più alte accrescono infatti il fabbisogno d’acqua delle colture, riducono la durata di alcuni cicli produttivi e aumentano lo stress termico e idrico.
Il rapporto individua tra le risposte possibili irrigazione di precisione, sensori di umidità del suolo, microirrigazione, scelta di colture meno idroesigenti e pianificazione agroclimatica.
Reti idriche: perdite ancora vicine al 50%
Sul fronte civile resta centrale il problema delle infrastrutture.
Secondo i dati richiamati dal CNR, le perdite dei sistemi di approvvigionamento e distribuzione raggiungono mediamente il 49% a livello nazionale, con punte fino al 60% in alcune zone del Centro e del Sud.
Il rapporto segnala tuttavia i primi miglioramenti: dati Istat più recenti evidenzierebbero una riduzione del fabbisogno civile di circa il 3%, attribuita in parte anche a una maggiore efficienza delle reti.
Ridurre le perdite resta comunque una delle strategie prioritarie, insieme a sistemi di monitoraggio intelligente, sensori, contabilizzazione in tempo reale e rinnovo delle condotte.
Invasi: una capacità teorica ridotta anche dai sedimenti
Nel dibattito sulla siccità si parla spesso di nuovi invasi.
Il rapporto fotografa una situazione complessa. In Italia 531 grandi dighe operative consentono teoricamente di regolare circa 14,2 miliardi di metri cubi d’acqua, a cui si aggiungono oltre 26 mila piccoli invasi censiti.
Ma l’accumulo di sedimenti avrebbe ridotto la capacità di stoccaggio di circa il 20%.
Inoltre le dighe modificano i regimi naturali dei corsi d’acqua, interrompono il trasporto dei sedimenti e possono produrre effetti significativi sugli ecosistemi fluviali e lacustri.
La conclusione del CNR non è quindi semplicemente “costruire più invasi”: occorre valutare disponibilità effettiva della risorsa, impatti ecologici, gestione dei sedimenti, sicurezza delle strutture e rispetto dei deflussi ecologici.
Ricaricare artificialmente le falde
Tra le soluzioni considerate figura anche la Managed Aquifer Recharge, cioè la ricarica controllata delle falde.
L’acqua può essere immessa nel sottosuolo attraverso pozzi, bacini di infiltrazione o sistemi che favoriscono la filtrazione naturale, creando una riserva meno esposta all’evaporazione rispetto agli invasi superficiali.
Vengono inoltre richiamate le dighe sotterranee, utilizzabili soprattutto nelle zone costiere per rallentare la dispersione verso il mare delle acque sotterranee.
Sono strumenti potenzialmente interessanti, ma che richiedono conoscenza dettagliata degli acquiferi e controlli rigorosi sulla qualità dell’acqua.
Una risorsa sorprendente: l’acqua dolce sotto il mare
Tra gli aspetti più originali del documento c’è il riferimento agli acquiferi offshore.
Si tratta di depositi di acqua dolce o a bassa salinità presenti sotto i fondali marini, formatosi in epoche nelle quali il livello del mare era molto più basso.
In Italia sono state individuate situazioni promettenti nel Canale di Malta e nella piattaforma continentale adriatica. Studi recenti indicano, nell’Adriatico, acquiferi pleistocenici che potrebbero estendersi fino a circa 60 chilometri dalla costa.
Il CNR li considera una risorsa potenziale, non una soluzione immediatamente disponibile: geometria, meccanismi di ricarica e caratteristiche idrauliche sono ancora poco conosciuti e qualsiasi eventuale utilizzo dovrebbe essere preceduto da valutazioni molto approfondite.
Acque reflue: ne riutilizziamo solo il 4%
Decisamente più concreta è la possibilità di aumentare il riuso delle acque depurate.
In Italia oltre 18 mila impianti di depurazione trattano ogni anno circa 6,7 miliardi di metri cubi di acque reflue.
Circa 4,7 miliardi di metri cubi, provenienti da impianti dotati di trattamenti terziari o avanzati, potrebbero potenzialmente essere riutilizzati in agricoltura.
Attualmente, però, viene effettivamente riutilizzato soltanto il 4%.
Il rapporto individua ostacoli normativi, tecnologici, infrastrutturali, economici e culturali. Vi sono inoltre questioni ambientali da considerare: gli scarichi dei depuratori contribuiscono infatti, soprattutto durante i periodi secchi, a mantenere le portate di molti corsi d’acqua. Deviare completamente queste acque verso l’irrigazione potrebbe quindi creare nuovi problemi ecologici.
Desalinizzazione, utile ma non ovunque
Anche la desalinizzazione viene inserita tra le possibili fonti alternative, ma senza presentarla come soluzione universale.
In Italia risultano attivi circa 340 impianti, con una produzione complessiva di quasi 240 milioni di metri cubi all’anno.
I costi energetici, gli impatti ambientali e le esigenze operative rendono però questa tecnologia più adatta a contesti specifici nei quali non esistono alternative migliori.
Lo stesso principio vale per molte delle soluzioni analizzate dal rapporto: non esiste una singola tecnologia capace di risolvere la crisi idrica italiana.
Il cambiamento climatico rischia di ridurre ancora la disponibilità d’acqua
Le prospettive future rendono ancora più urgente intervenire.
Gli scenari climatici indicano per l’area mediterranea un aumento della frequenza degli episodi di siccità compreso, a seconda delle regioni e degli scenari considerati, tra il 12 e il 25%.
Sulle Alpi la neve potrebbe diminuire sensibilmente entro la fine del secolo. Negli scenari analizzati, le perdite di massa dei ghiacciai alpini rispetto al 2017 arriverebbero entro il 2100 a circa 63% nello scenario meno severo, 79% in quello intermedio e 94% nello scenario più critico.
La riduzione delle portate fluviali annuali potrebbe raggiungere, nello scenario peggiore e nel periodo 2071-2100, valori compresi tra il 10 e il 40%.
Ancora più critica la prospettiva per le falde: la ricarica delle acque sotterranee potrebbe diminuire progressivamente, con le perdite maggiori nel Mezzogiorno, dove nello scenario più sfavorevole potrebbero raggiungere valori molto elevati.
Siccità significa anche perdita di biodiversità
La crisi dell’acqua non riguarda soltanto famiglie, agricoltura e industria.
La diminuzione delle portate sta trasformando anche gli ecosistemi.
Sempre più corsi d’acqua che in passato erano permanenti stanno assumendo un regime intermittente. Quando un fiume si frammenta in tratti isolati o si prosciuga, cambiano le comunità biologiche, diminuisce la capacità di autodepurazione e vengono interrotti i corridoi ecologici.
Nel Ticino, ad esempio, la siccità del 2023 ha favorito comunità di macroinvertebrati maggiormente resistenti alle alte temperature e alla scarsità di ossigeno, sovrapponendo un nuovo stress alle pressioni ambientali già esistenti.
Il rapporto ricorda inoltre che nel periodo 2016-2019 più del 17% del territorio nazionale ha mostrato condizioni di degrado rispetto al periodo di riferimento 2000-2015.
Siccità, scarsità d’acqua e desertificazione sono quindi fenomeni strettamente collegati.
Un problema di dati prima ancora che di acqua
Uno dei messaggi più forti del rapporto riguarda ciò che ancora non conosciamo.
L’Italia dispone di numerose reti di monitoraggio, ma il quadro resta frammentato territorialmente e istituzionalmente.
Le misure delle precipitazioni sono relativamente diffuse, ma meno uniformi nelle aree montane. Il monitoraggio dell’umidità del suolo è ancora insufficiente. Piccoli corsi d’acqua e bacini montani sono poco osservati. Le reti delle falde cambiano fortemente da regione a regione.
Ancora più importante è la carenza di dati affidabili sui prelievi effettivi.
Senza sapere quanta acqua entra nel sistema, quanta ne viene prelevata, dove, quando e per quali usi, costruire un bilancio idrico realmente affidabile diventa difficile.
Per questo il CNR chiede maggiore interoperabilità tra le banche dati, digitalizzazione delle serie storiche e libero accesso alle informazioni idrologiche.
Dall’emergenza alla prevenzione
È nelle raccomandazioni finali che il rapporto assume una valenza chiaramente politica.
La prima indicazione è abbandonare progressivamente una gestione prevalentemente reattiva delle crisi idriche e adottare un approccio proattivo, basato sulla valutazione del rischio e sulla preparazione.
I Drought Management Plans, i piani di gestione della siccità, dovrebbero diventare veri strumenti operativi condivisi tra istituzioni e utilizzatori della risorsa, e non soltanto documenti dedicati al monitoraggio.
Parallelamente occorre rafforzare il coordinamento fra Stato, Autorità di distretto, Regioni, enti locali e gestori.
La frammentazione delle competenze, osservano i ricercatori, diventa particolarmente problematica proprio durante le crisi, quando agricoltura, usi civili, industria, produzione energetica ed ecosistemi competono per una risorsa insufficiente.
Una nuova politica nazionale dell’acqua
Il rapporto auspica che questo patrimonio di conoscenze possa diventare uno dei riferimenti per la costruzione della futura strategia nazionale di resilienza idrica, in collegamento con le politiche europee e con il Regolamento sul ripristino della natura.
Il cambio di prospettiva proposto è significativo.
La risposta alla siccità non consiste soltanto nel trovare più acqua. Significa contemporaneamente ridurre le perdite, conoscere meglio i prelievi, usare l’acqua con maggiore efficienza, recuperare e riutilizzare risorse, proteggere gli ecosistemi, aumentare la capacità di accumulo dove sostenibile e pianificare sulla base di scenari climatici ormai profondamente diversi da quelli del passato.
Il problema dell’Italia, insomma, non è soltanto che in futuro potrebbe esserci meno acqua.
È che dovremo imparare a gestire una risorsa più variabile, meno prevedibile e sottoposta a una domanda crescente.
Ed è proprio questo il passaggio indicato dal CNR: dalla gestione delle crisi a una vera politica della resilienza idrica.
Fonte: CNR, Drought, water scarcity and water crises in Italy: an executive summary from a scientific perspective, CNR Edizioni, 2026.
All’Università di Ferrara si è svolta la quinta edizione del Symposium on Social Transition and Climate Change. Un’importante occasione di confronto tra esperti, studiosi e attivisti della società civile. Tema della due giorni, come uscire dal capitalismo e dalla sua crisi climatica e sociale attraverso forme di cooperazione e solidarietà
di Andrea Musacci – Testata La voce di Ferrara Comacchio
Giustizia climatica e giustizia sociale tra guerre, autoritarismi e crisi della democrazia sono i temi che verranno affrontati nell’edizione del Symposium 2026, a cui siamo invitati a partecipare come Forum.
Insieme agli accademici ed ai ricercatori, anche esponenti della società civile e dell’associazionismo saranno coinvolti in tavoli di discussione su specifiche tematiche attinenti al Symposium, nella seconda giornata, alla mattina.
Un percorso partecipativo in cui i gruppi approfondiranno i temi trattati in chiave transdisciplinare nella forma di “Living Labs” per una co-creazione di analisi e strategie verso una più ampia e diffusa giustizia sociale ed ecologica. I risultati saranno discussi nella sessione finale del Convegno per giungere a un manifesto conclusivo da rendere pubblico e diffondere.
Un appuntamento importante, quindi, il 7 e 8 settembre, in cui confrontarsi a più voci, costruire relazioni e per approfondire una visione comune finalizzata a produrre azioni condivise in campo sociale ed ecologico.
Come Forum abbiamo accolto con entusiasmo l’invito e ci saremo, con la voglia di confrontarci e di portare il nostro contributo.
Giustizia climatica e giustizia sociale tra guerre, autoritarismi e crisi
della democrazia
Il tema di questo Symposium ci invita a pensare insieme ciò che la politica
contemporanea continua a separare.
Crisi ecologica, emergenze ambientali, disuguaglianze sociali, autoritarismi e guerre
non sono fenomeni isolati. Nascono dalle stesse dinamiche economiche e politiche e
si rafforzano reciprocamente. Le guerre non rappresentano soltanto tragedie
umanitarie: sono anche disastri ecologici di enorme portata che alimentano un
circolo vizioso.
Secondo il filosofo Mauro Ceruti, la crisi climatica è il nodo centrale del nostro
tempo. È «il solo grande problema, perché al suo interno racchiude tutte le altre
questioni globali, dalle migrazioni ai conflitti». Il punto è che non si può più
affrontare una crisi isolandola dalle altre. Il mondo contemporaneo è un sistema
in cui guerre, migrazioni, energia, ambiente e sicurezza sono indissolubilmente
legati.
«Viviamo una condizione inedita e complessa, ma rischiamo di leggerla con occhiali
obsoleti». Siamo tutti interdipendenti a livello globale, condividiamo lo stesso destino
e le stesse vulnerabilità, ma continuiamo a decidere come se fossimo separati.
Questo scarto è il terreno dove crescono crisi della democrazia, guerre e
autoritarismi.
Possiamo riassumere questo nodo cruciale in alcuni punti fondamentali:
Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale
Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale: è un problema umano
e di uguaglianza. I paesi più ricchi hanno storicamente prodotto la maggior parte dei
gas serra, ma i paesi più poveri ne subiscono gli effetti peggiori, come siccità
estreme e alluvioni, pur avendo inquinato pochissimo. Quando il mare si alza o la
terra diventa deserto, intere comunità perdono tutto.
L’inazione dei governi e l’assenza di valide politiche di mitigazione e adattamento
all’emergenza climatica hanno un impatto ineguale sulle popolazioni.
Non si può curare il pianeta senza curare la società. Proteggere l’ambiente
significa proteggere i diritti delle persone più deboli.
La guerra è il nemico di ogni transizione ecologica
La crisi climatica genera guerre anche per la scarsità di risorse, ma i conflitti, a loro
volta, aggravano la crisi climatica. Distruggono ecosistemi, aumentano le emissioni inquinano l’acqua, l’aria, il suolo e bloccano ogni transizione ecologica. È un circolo
vizioso che ci distrugge.
Le guerre uccidono e spezzano l’interdipendenza che ci lega, distogliendoci dal
compito inedito che abbiamo: costruire istituzioni capaci di gestire i beni comuni
planetari.
La transizione ecologica giusta
Di fronte a questa complessità, la transizione necessaria non è un semplice
passaggio tecnico dal “fossile” al “rinnovabile”. Serve una metamorfosi di civiltà.
Significa passare da un antropocentrismo predatorio a un antropocentrismo della
responsabilità. L’uomo può decidere di “convertirsi” alla conversione ecologica di
cui parlava Alexander Langer, che richiede di:
pensare in termini di interdipendenza: guerre, crisi climatica, lavoro, salute e
democrazia sono parti dello stesso problema.
riconoscersi terrestri: accettare che la nostra sopravvivenza dipende dalla cura
del mondo. Per due secoli abbiamo pensato che il progresso fosse diventare
indipendenti dalla Terra. Oggi scopriamo che il vero progresso è diventare
consapevolmente interdipendenti.
costruire un’alleanza tra umanesimo e scienza: capace di tenere insieme
conoscenza, cura e limite. Bisogna agire sulle cause. Adattarsi senza cambiare le
cause significa solo amministrare la catastrofe.
Ma la transizione non si farà entro il paradigma neoliberista
Il neoliberismo è il modello che ha liberalizzato i profitti e socializzato le perdite,
trasformando ogni bene comune – acqua, suolo, aria, conoscenza – in merce, e ogni
legame sociale in competizione. Non si può chiedere al meccanismo che ha creato il
problema di risolverlo.
I Governi hanno ostacolato le misure necessarie per una transizione rapida e giusta,
continuando a investire nel sistema fossile e nel riarmo. Uscire dal neoliberismo
significa rimettere al centro il pubblico, la comunità, il limite e la cura.
La politica è bloccata perché risponde alle lobby dei combustibili fossili piuttosto che
all’interesse collettivo. I governi insistono sulla strada fallimentare della crescita
fondata sul fossile. Le Istituzioni internazionali sono sempre più deboli.
Serve un’inversione di rotta. Non possiamo aspettare la catastrofe Se i governi non fanno le scelte necessarie, spetta ai cittadini attivarsi e indicare la
strada. Il momento di cambiare rotta è adesso.
È necessaria una grande mobilitazione dal basso per contrastare la dipendenza
dalle fonti fossili e il loro legame con il sistema militare.
Chi lotta per il disarmo e chi lotta per la giustizia climatica deve connettersi per
cambiare i rapporti di forza, contrastando anche la pericolosa torsione autoritaria che
restringe gli spazi democratici.
Questa saldatura tra movimenti è possibile. Nel 2018 nessuno si aspettava la
nascita dei Fridays For Future, che nel 2019 ha portato lo sciopero globale in 157
paesi, in 7 continenti..
Passando dal globale al locale
Analogamente, pensiamo che sia fondamentale la partecipazione dei cittadini per
avviare i grandi cambiamenti necessari a una nuova visione delle città fondata sul
bene comune. Una visione che sappia intrecciare il contrasto alla crisi climatica con
l’equità e la lotta alle diseguaglianze. Trasformare le città non è solo un obiettivo
locale: è un modo di prendersi cura del pianeta,
Come Forum Ferrara Partecipata, integrando democrazia, diritti e crisi
eco-climatica, stiamo costruendo proposte dal basso per un rinnovamento concreto
del nostro territorio: sui temi della partecipazione dei cittadini al governo della città,
della decarbonizzazione, con progetti su mobilità, comunità energetiche, risparmio
energetico, verde pubblico, della tutela dei beni comuni per la ripubblicizzazione
dei servizi.
Accertamenti sui rapporti tra enti pubblici e organizzatori. Palazzo Municipale chiede una ricognizione alle partecipate
SPAZI DI TUTTI, VANTAGGI PER POCHI?
Due articoli de La Nuova Ferrara tornano sulla gestione del Summer Festival e sui rapporti tra Comune, associazioni, società e promotori, sollevando interrogativi che come Forum Ferrara Partecipata abbiamo posto più volte.
È una questione politica più ampia: a chi appartengono davvero gli spazi pubblici e chi beneficia del loro utilizzo?
Gli spazi pubblici sono patrimonio di tutti. Quando vengono messi a disposizione per grandi eventi, dobbiamo chiederci chi ne ricava valore, chi sostiene i costi e chi sopporta le conseguenze.
Perché se i luoghi di tutti diventano occasione di profitto per pochi soggetti privati, mentre ai cittadini restano rumore, limitazioni, disagi e – magari – anche il conto dei costi pubblici, qualcosa non torna.
Il valore della città non può essere estratto dai suoi spazi comuni senza che la comunità ne ricavi un beneficio altrettanto chiaro.
È poi anche una questione di trasparenza, equità e interesse pubblico, che non dovrebbero essere ostacoli da aggirare con procedure poco chiare.
È infine una questione di quale modello di città vogliamo.
Interessante articolo del sole24ore sul riscaldamento globale.
Il segretario generale Guterres: «Il caldo torrido, gli incendi devastanti e le inondazioni letali di quest’estate sono un avvertimento di ciò che ci attende»
Negli ultimi 50 anni la popolazione umana sulla Terra è raddoppiata e il commercio decuplicato; questo sviluppo è avvenuto basandosi sul consumo di risorse naturali e sull’utilizzo di inquinanti. Occorre immaginare e costruire un futuro in cui il nostro stile di vita si attui nel massimo rispetto della natura, ovvero, riportando una frase del libro “FACCIAMOCI SENTIRE” di BRUNO LATOUR E NIKOLAJ SCHULTZ “sovrapporre il mondo in cui viviamo col mondo di cui viviamo nel medesimo insieme giuridico”
A proposito quindi di adattamento climatico e mitigazione, rispettivamente, preparazione dei territori a convivere con eventi estremi come ondate di calore, siccità/alluvioni e riduzione dei gas serra, si propone il post pubblicato su facebook dell’architetto/urbanista Romeo Farinella.
Le situazioni emerse in questi mesi — ondate di calore, siccità, piogge estreme e crescente fragilità del territorio — non possono essere affrontate parlando soltanto di adattamento. Adattarsi significa preparare la città agli effetti della crisi climatica, ma non basta se contemporaneamente non si interviene sulle cause che la alimentano. Anche le politiche locali devono contribuire all’obiettivo globale della mitigazione, riducendo le emissioni, il consumo di suolo e di energia, la dipendenza dall’automobile e l’impoverimento degli ecosistemi.
Da questo punto di vista, molti dei progetti di rinverdimento vantati in questi anni rischiano di rimanere prevalentemente retorici. Piantare alberi è certamente utile e necessario, ma non è sufficiente se non si modifica il modo in cui la città viene costruita, attraversata, consumata e abitata. Se non si interviene sulle questioni strutturali — consumo di suolo, mobilità automobilistica, impermeabilizzazione, consumi energetici e organizzazione dei servizi — il verde rischia di diventare una misura compensativa, utilizzata per rendere apparentemente sostenibile un modello urbano che resta sostanzialmente immutato.
Per questo, a chi governa Ferrara e a chi si candida a governarla, occorre porre alcune domande che richiedano scelte esplicite, impegni verificabili e una precisa assunzione di responsabilità.
1. Consumo di suolo e trasformazioni urbane
Siete disponibili ad assumere l’obiettivo del consumo di suolo zero, privilegiando il recupero del patrimonio esistente, la depavimentazione e la rinaturalizzazione delle aree già urbanizzate? Quali interventi previsti sareste disposti a rimettere in discussione perché incompatibili con questo obiettivo?
2. Mobilità e riduzione delle emissioni
Quali scelte concrete intendete adottare per ridurre l’uso dell’automobile privata a Ferrara, rafforzando il trasporto pubblico, la ciclabilità e la prossimità dei servizi, anche quando queste misure comportino la riduzione dei parcheggi e dello spazio oggi riservato alle auto?
3. Verde urbano, suolo e continuità ecologica
Quale politica strutturale intendete adottare per il verde urbano, andando oltre interventi episodici e piantumazioni utilizzate come compensazione di altre trasformazioni? Come pensate di tutelare gli alberi maturi, garantire la manutenzione nel tempo, depavimentare gli spazi pubblici e costruire una rete continua di parchi, aree verdi, corridoi ecologici e spazi ombreggiati, accessibili in modo equo in tutti i quartieri e in particolare nel centro storico che è la parte di città più minerale?
4. Acqua, calore e adattamento climatico
Come intendete preparare Ferrara all’aumento delle ondate di calore, delle siccità e delle piogge estreme? Quali interventi prevedete per aumentare la permeabilità dei suoli, trattenere e riutilizzare l’acqua piovana, ridurre le isole di calore e adeguare spazi pubblici, edifici e infrastrutture a condizioni climatiche sempre più critiche?
5. Energia, comunità energetiche e giustizia climatica
Quale programma intendete adottare per ridurre i consumi energetici e le emissioni degli edifici pubblici e privati? Siete disponibili a promuovere direttamente comunità energetiche rinnovabili, utilizzando gli edifici e le superfici pubbliche disponibili e coinvolgendo quartieri, imprese e soggetti sociali? Con quali risorse e strumenti garantirete la partecipazione anche delle famiglie in condizioni di povertà energetica, evitando che la transizione diventi un’opportunità riservata soltanto a chi dispone già delle risorsenecessarie?
6. Diritto alla casa, sicurezza e giustizia climatica
La situazione del grattacielo mostra come il diritto alla casa non possa essere separato dalla sicurezza, dalla qualità dell’abitare e dalla capacità degli edifici di affrontare il caldo e gli altri effetti della crisi climatica. Quale politica abitativa intendete adottare per garantire alloggi accessibili, sicuri ed energeticamente efficienti, a partire dalle situazioni di maggiore fragilità? Come intendete intervenire sul patrimonio residenziale pubblico e privato degradato, contrastando contemporaneamente povertà abitativa e povertà energetica ed evitando che la riqualificazione produca espulsione degli abitanti più fragili?
7. Governare la complessità: strutture, competenze e partecipazione
Le questioni richiamate — clima, consumo di suolo, mobilità, energia, acqua, verde, diritto alla casa e disuguaglianze — sono profondamente intrecciate e non possono essere affrontate attraverso politiche settoriali separate. Con quali strutture, competenze e processi decisionali intendete governare questa complessità? Come pensate di coordinare i diversi settori dell’amministrazione, gli enti pubblici, l’università, le organizzazioni sociali, le imprese e gli abitanti? Quali forme di partecipazione e verifica pubblica prevedete per evitare che il coinvolgimento della cittadinanza si riduca alla semplice consultazione e per garantire continuità alle politiche oltre la durata di un singolo mandato?
MENO CEMENTO, PIÙ SUOLO VIVO E VERDE URBANO. Ecco il principio semplice introdotto dalla bozza del Piano Nazionale di Ripristino della Natura.
COSA PREVEDE IL PIANO? Entro il 2030 stop alla perdita netta di spazi verdi e copertura arborea nelle città. Dopo il 2030 gli spazi verdi dovranno aumentare.
RIPRISTINARE NON SIGNIFICA PIANTARE QUALCHE ALBERO Il Piano parla di depavimentazione, tutela del suolo e riduzione delle superfici impermeabili.
Non solo nuove piantumazioni.
MENO ASFALTO C’È, PIÙ LE CITTÀ SONO VIVIBILI. Cortili scolastici, parcheggi, piazze e aree dismesse possono diventare spazi permeabili e ombreggiati.
IL RIPRISTINO DEVE DIVENTARE GIUSTIZIA CLIMATICA Non ci serve altro cemento travestito da rigenerazione.
Ci serve restituire spazio a suolo, acqua, ombra, biodiversità e vita collettiva.
Consigliamo la lettura completa dell’articolo pubblicato sul sito della organizzazione A SUD, da vent’anni impegnata per la giustizia ambientale e climatica
La bozza del Piano nazionale di ripristino della natura apre una possibilità concreta: fare della depavimentazione, del verde urbano e della tutela del suolo una nuova politica pubblica.
C’è una parola che, nelle città italiane, dovrebbe diventare centrale: ripristino. Non come formula tecnica, non come compensazione verde da allegare ai progetti urbanistici, ma come cambio di paradigma. Ripristinare significa rimettere in funzione ecosistemi degradati, restituire permeabilità ai suoli, aumentare spazi verdi e copertura arborea, ricostruire continuità ecologica dove asfalto, cemento e consumo di suolo hanno prodotto frammentazione, calore, rischio idraulico e perdita di biodiversità.
È dentro questa cornice che va letta la seconda bozza del Piano nazionale di ripristino della natura, lo strumento con cui l’Italia dovrà dare attuazione al Regolamento europeo 2024/1991. Il Piano riguarda ecosistemi terrestri, marini, agricoli, forestali, fluviali, costieri e urbani.
Ma proprio la parte sugli ecosistemi urbani è una delle più rilevanti dal punto di vista politico e sociale, perché entra direttamente nel modo in cui si governa il territorio, si pianificano le città e si decide quali quartieri avranno più ombra, più suolo vivo, più capacità di assorbire piogge intense e più strumenti per difendersi dalle ondate di calore.
La bozza del PNR riconosce gli ecosistemi urbani come sistemi complessi, nei quali salute degli ecosistemi e benessere umano sono interdipendenti. Significa che il verde urbano non è più trattato come decoro, arredo o standard residuale, ma come infrastruttura ecologica essenziale. La tutela degli spazi verdi e della copertura arborea viene collegata agli strumenti urbanistici ed edilizi e assume un valore vincolante, in coerenza con gli articoli 9 e 41 della Costituzione e con gli obblighi del Regolamento europeo.
Il punto più forte riguarda l’articolo 8. Entro il 2030 l’obiettivo è evitare la perdita netta di spazi verdi urbani e di copertura arborea. Dopo il 2030, la prospettiva cambia ancora: non basterà più non perdere, bisognerà aumentare. La bozza indica 2.761 Comuni italiani classificati come “città” e “piccole città e sobborghi” secondo il sistema DEGURBA, nei quali le misure di salvaguardia dovranno applicarsi entro i confini amministrativi comunali. La superficie indicativa interessata dall’obiettivo di nessuna perdita netta è pari a 113.197,22 km². Alla baseline considerata, gli spazi verdi urbani sono stimati in 71.289,32 km² e la copertura della volta arborea urbana in 22.894,60 km².
La novità politica sta qui: la città non può più essere pensata solo come spazio da densificare, infrastrutturare, valorizzare economicamente. Deve essere anche uno spazio da liberare. Liberare dall’asfalto, dall’impermeabilizzazione, dalla dipendenza da opere grigie che spesso aggravano i problemi che dichiarano di risolvere. La bozza lo dice in modo chiaro: i Comuni devono individuare le aree di incremento di spazi verdi e copertura arborea puntando prima alla riduzione del suolo consumato e alla depavimentazione con ripristino di terreno naturale, e solo dopo all’incremento della componente vegetale e arborea.
Questo punto è decisivo anche per evitare un equivoco molto diffuso: ripristinare la natura in città non significa semplicemente piantare alberi. Significa prima di tutto proteggere il suolo libero rimasto, fermare l’impermeabilizzazione, togliere superfici artificiali dove possibile, ricostituire suoli capaci di infiltrare acqua, ospitare biodiversità, regolare il microclima. Un albero piantato in una buca circondata da cemento non equivale a un ecosistema urbano funzionante. Un tetto verde non può giustificare la distruzione di un’area verde matura. Una compensazione non può diventare una licenza a consumare nuovo suolo.
Per questo il PNR può essere uno strumento importante solo se viene interpretato nella sua parte più avanzata: non come un catalogo di opere verdi, ma come una politica di redistribuzione ecologica dello spazio urbano. Le città italiane non sono tutte uguali. Dentro le stesse città, i quartieri non sono esposti allo stesso modo. Le isole di calore colpiscono più duramente le aree dense, povere di verde, abitate da persone anziane, famiglie a basso reddito, lavoratori e lavoratrici esposte, comunità con minore accesso a servizi, cura e spazi pubblici di qualità. Se il ripristino non parte da qui, rischia di migliorare luoghi già attrattivi e lasciare indietro quelli che pagano il prezzo più alto della crisi climatica.
La bozza del Piano contiene misure molto concrete. Tra le principali: misure di salvaguardia per evitare la riduzione delle coperture arboree e degli spazi verdi urbani; sospensione delle previsioni trasformative che comportino perdita di verde fino al primo monitoraggio; limitazione degli interventi su suoli urbani non artificializzati; monitoraggio annuale; piani urbani della natura comunali; censimento delle aree dismesse pubbliche e private; aggiornamento di piani urbanistici, VAS, VIA e regolamenti edilizi; depavimentazione e ricostituzione dei suoli come misura di ripristino compensativo.
Accanto a queste, il Piano prevede misure di incremento: Fondo per il contrasto al consumo di suolo, forestazione urbana ed extraurbana, ripristino delle perdite registrate dopo l’entrata in vigore del Regolamento, spazi verdi lineari lungo piste ciclabili e percorsi pedonali, depavimentazione di cortili scolastici e aree sportive, conversione di piazzali ospedalieri, depavimentazione di piazze, slarghi e parcheggi, verde su edifici e pertinenze, infrastrutture blu e sistemi di drenaggio urbano sostenibile, verde sulle infrastrutture di trasporto.
Sono misure che possono cambiare materialmente la vita urbana. Un cortile scolastico depavimentato può diventare un luogo di ombra, apprendimento, socialità e adattamento climatico. Un parcheggio trasformato in suolo permeabile può ridurre il deflusso delle acque meteoriche e contribuire ad abbassare la temperatura locale. Un piazzale ospedaliero rinaturalizzato può migliorare il benessere di chi attraversa luoghi di cura. Rain garden, bioswale, trincee drenanti, zone umide urbane e aree di laminazione naturale possono aiutare le città a gestire piogge più intense senza affidarsi solo a reti fognarie e infrastrutture grigie. Il file delle misure collega infatti i Sistemi di drenaggio urbano sostenibile e le Nature-Based Solutions al miglioramento della funzionalità ecologica e della resilienza climatica delle aree urbane.
Il Piano introduce anche un principio importante sulla compensazione: non deve essere spostata altrove a piacimento. Le superfici classificate come spazi verdi urbani e quelle con copertura arborea devono essere recepite negli strumenti di pianificazione e l’obiettivo di azzeramento della perdita netta si applica ordinariamente dentro i singoli ambiti comunali. Non sono ammessi meccanismi di compensazione tra Comuni diversi, né la perdita di verde urbano può essere compensata realizzando nuove aree verdi in ambiti non urbani dello stesso Comune, salvo specifiche deroghe intercomunali o strategiche dentro la stessa aggregazione territoriale di ecosistemi urbani.
È un passaggio da difendere. Perché la compensazione ecologica ha senso solo se è locale, preventiva, verificabile, ecologicamente equivalente e orientata a migliorare davvero i servizi ecosistemici. Altrimenti diventa contabilità ambientale: si distrugge verde dove serve, si promette verde dove costa meno, e il bilancio sembra tornare solo sulla carta. La gerarchia deve essere evitare, ridurre, ripristinare. Compensare solo quando non esistono alternative, e mai per indebolire il principio di tutela.
C’è poi il tema del monitoraggio. La bozza prevede l’uso dei dati Copernicus e, dopo una prima analisi, l’integrazione o sostituzione con prodotti del programma nazionale IRIDE per migliorare risoluzione e accuratezza, anche con valutazioni più efficaci della vegetazione e delle chiome. Non solo la flora verrà osservata ma si vogliono adottare nuove misure standardizzate per monitorare la popolazione degli impollinatori. Ma il monitoraggio non può restare chiuso nelle banche dati tecniche. Deve diventare trasparente, accessibile, leggibile dai territori. Dati su verde, copertura arborea, suolo impermeabilizzato, aree depavimentabili, interventi realizzati e manutenzione devono essere pubblici e aggiornati. Anche la scienza partecipata può avere un ruolo: comitati, scuole, associazioni e comunità locali possono contribuire a segnalare criticità, verificare interventi, costruire mappe di vulnerabilità e pretendere coerenza tra dichiarazioni e trasformazioni reali.
Il ripristino della natura potrebbe consentite finalmente di rimettere ordine e smettere di parlare di rigenerazione per premiare la rendita. La vera rigenerazione ecologica non aggiunge cemento con qualche albero intorno, ma toglie superfici impermeabili, cura il suolo, rafforza le infrastrutture verdi e blu, migliora la vivibilità dei quartieri e riduce l’esposizione agli impatti climatici.
Da questo punto di vista, il Piano può diventare anche uno strumento di democrazia urbana. La consultazione pubblica aperta dal MASE con il supporto di ISPRA non dovrebbe essere una formalità, auspichiamo una ampia partecipazione civica e sociale (si puo’ partecipare fino al 9 giugno). La stessa bozza indica che la sintesi del Piano e la parte sulla partecipazione pubblica saranno elaborate dopo la raccolta delle misure e il completamento della fase partecipativa. È proprio qui che si gioca una parte della sua credibilità. Un Piano di ripristino non può essere costruito solo dall’alto. Deve ascoltare chi vive nei territori, chi difende aree verdi minacciate, chi subisce allagamenti ricorrenti, chi abita quartieri senza ombra, chi lavora nelle scuole, nei presidi sanitari, nei parchi, nelle reti civiche.
La consultazione deve servire a rafforzare almeno cinque punti: priorità ai quartieri più vulnerabili; obblighi chiari per i Comuni; risorse dedicate alla manutenzione; dati pubblici e accessibili; coinvolgimento reale delle comunità locali nella definizione delle aree prioritarie. Senza queste condizioni, il rischio è che il Piano resti un adempimento o che venga applicato in modo diseguale, premiando i Comuni più attrezzati e lasciando indietro quelli con meno personale, meno risorse e maggiori fragilità.
La sfida è impedire che, nei prossimi mesi, prevalgano deroghe, rinvii e interpretazioni deboli. Il Regolamento europeo è già in vigore e la bozza del PNR afferma che gli strumenti urbanistici devono essere coerenti con gli obiettivi di ripristino. Gli enti territoriali sono chiamati ad aggiornare piani e regolamenti, eliminando o rivedendo le previsioni che possono comportare perdita di spazi verdi e copertura arborea.
Per anni le città sono state governate chiedendosi quanto altro suolo fosse possibile consumare. Il Piano nazionale di ripristino impone una domanda diversa: quanto suolo possiamo restituire alla natura, alla biodiversità, all’acqua, all’ombra, alla vita quotidiana delle persone?
Il ripristino della natura non è una politica per addetti ai lavori. Riguarda il modo in cui respiriamo, ci muoviamo, studiamo, lavoriamo, invecchiamo, attraversiamo estati sempre più calde e piogge sempre più intense. Riguarda i cortili delle scuole, le piazze, i parcheggi, le strade, le aree dismesse, le sponde dei fiumi urbani, gli spazi tra gli edifici. Riguarda soprattutto il diritto delle comunità a vivere in territori meno fragili e meno ingiusti.
Il PNR può diventare una svolta. Ma solo se verrà difeso, migliorato e applicato come politica di giustizia climatica. Non basta approvare un Piano. Bisogna fare in modo che ogni Comune, ogni quartiere, ogni intervento urbanistico sia misurato anche su questo: quanta natura restituisce, quanto suolo libera, quanta vulnerabilità riduce. Qui si gioca il passaggio da una città che consuma territorio a una città che ripara i danni, ricostruisce ecosistemi e si prepara davvero all’impatto della crisi climatica.
Tratto da Altrecomomia, un interessante commento di Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano dove insegna nei percorsi di Architettura e di Ingegneria Ambientale. Si occupa da sempre di suolo, consumo di suolo ed effetti ambientali ed ecologici. Oltre a questo si occupa di Lentezza e pianificazione di linee lente ciclabili e camminabili. È stato consulente per progetti nazionali e internazionali ed è stato ideatore e responsabile scientifico del progetto di ciclovia VENTO (www.cicloviavento.it), del progetto TWIN (www.twin.polimi.it) e ora di BorghiLenti (www.borghilenti.it). Sul mensile Altreconomia cura la rubrica “Piano terra”. Ha scritto articoli e numerosi libri sul suolo. È autore di “L’Intelligenza del suolo” (2022), “100 parole per salvare il suolo” (2018) e “Il suolo sopra tutto” (2017) con Matilde Casa per Altreconomia; di “Progettare la lentezza” (People, 2020), “Urbanistica Fragile” (Lettera 22, 2022) con Rossella Moscarelli e “Piazze scolastiche” (Corraini, 2022) con Cristina Renzoni e Paola Savoldi.
Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024)
Paolo Pileri
Mentre il governo si appresta a ultimare il Piano di ripristino della natura, emanazione dell’epocale regolamento europeo, l’Associazione dei Comuni ne demolisce il contenuto, rifiutando qualsiasi riforma ambiziosa dell’urbanistica, con il favore dei costruttori. Ma avere città abitabili e dove non si muore per gli eccessi di caldo o per le alluvioni è un’urgenza oltreché un diritto. “Sindaci che siete dalla parte del suolo e della natura fate sentire la vostra voce”, scrive il prof. Paolo Pileri
In queste settimane bollenti il ministero dell’Ambiente sta confezionando il Piano di ripristino della natura (Pnr), ovvero il pacchetto di misure raccolte nei mesi passati dalle Regioni e integrate dal lavoro dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Azioni che saranno offerte ai 2.761 Comuni italiani obbligati ad attuare in pieno il regolamento europeo per il ripristino della natura, (Nrr, 2024/1991). È una sfida epocale e lo abbiamo già scritto su Altreconomia.
L’urbanistica deve cambiare pelle, senza indugi, tentennamenti e finzioni. Ridare alla natura lo spazio che le è stato tolto significa seriamente fermare il consumo di suolo e avviare azioni di deimpermeabilizzazione e depavimentazione in modo esteso e intenso. Se questa occasione epocale non viene colta, le cose potranno solo peggiorare e noi rimanere gli irresponsabili di sempre. Le città diverranno sempre più bollenti e sempre più incapaci in autunno di affrontare piogge violenti e alluvioni sempre più frequenti. È questo il momento di cambiare, pur nella piena consapevolezza che non è facile. Ma non è la facilità che ci muove, bensì la responsabilità e la possibilità. Ed è per questo che senza avere un attimo di ripensamento la Società italiana degli urbanisti ha abbracciato Nrr e la bozza del Pnr all’art. 8, quello riguardante la parte urbana. Ma tutto questo non basta. Il virus dell’irresponsabilità non molla.
Il 3 agosto l’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) ha pubblicato un comunicato in cui, con fierezza, rivela la sua posizione di merito, che va a demolire il Piano di ripristino della natura basandosi sostanzialmente sull’evitare “l’introduzione di prescrizioni immediatamente operative o di nuovi vincoli non previsti dalla normativa europea”. Nell’introduzione al documento si legge che “le modifiche proposte perseguono l’obiettivo di evitare che il Piano introduca direttamente prescrizioni operative, vincoli o effetti conformativi non espressamente previsti dal Regolamento europeo, demandando l’individuazione delle misure e degli interventi agli esiti del processo di ricognizione, verifica, programmazione, pianificazione e monitoraggio, sviluppato con il coinvolgimento delle Regioni, delle Province autonome e dei Comuni e attuato attraverso gli strumenti ordinari previsti dalla normativa vigente”.
In poche parole, togliendo di mezzo ogni obbligatorietà per le misure del Pnr, Anci svuota il piano, annullando una per una le misure che puntavano a tracciare una nuova rotta per i comuni italiani. Ad esempio, ha stralciato la misura “ISPRA01” che prevedeva di non approvare varianti difformi dal regolamento europeo a partire dal primo settembre 2026; idem per la misura “ISPRA02” che prevedeva di sospendere le previsioni dei piani laddove vanno a consumare aree verdi; idem per la misura “ISPRA03” che ricordava l’intoccabilità delle aree verdi urbane alla stregua di vincoli urbanistici che non possono essere oggetto neppure di indici di edificabilità; idem per la misura “ISPRA06” che obbligava i comuni a redigere un regolamento della natura urbana coerente con il Pnr e il regolamento europeo; idem per la misura “ISPRA08” che dava la possibilità di aggiornare i piani prevedendo annullamento o riduzione delle aree trasformabili e il vincolo di non successiva trasformabilità delle aree ripristinate; idem per la misura “ISPRA09” che vincolava la approvazione dei piani urbanistici alla verifica del bilancio netto pari a zero di spazi verdi e copertura della volta arborea; idem per la misura “ISPRA12” che prevedeva la depavimentazione e così via.
Oltre a questo l’Anci si è autonominata soggetto che co-predispone il rapporto periodico sullo stato di attuazione delle misure per gli ecosistemi urbani, mettendo fuori dalla porta l’Ispra che ha un curriculum indiscutibile a riguardo; ha annacquato la misura che prevedeva un preciso e rapido censimento delle aree dismesse al fine di destinarle a interventi di depavimentazione e così via.
Tutto questo è stato motivato più o meno sempre con la stessa motivazione: “La misura introduce prescrizioni che non trovano fondamento nel Regolamento (Ue) 2024/1991 e che, per le modalità con cui sono formulate, producono effetti anche su situazioni pianificate, autorizzate o consolidate, determinando profili di retroattività e potenziali ricadute sull’assetto della pianificazione urbanistica, dell’attività edilizia e dei procedimenti amministrativi già disciplinati dall’ordinamento vigente. Tali effetti possono determinare rilevanti conseguenze operative per i Comuni, nonché significativi impatti nei confronti dei cittadini e delle imprese, introducendo elementi di incertezza nella gestione delle trasformazioni territoriali”.
Francamente una motivazione che non coglie l’urgenza di questo momento storico; getta dalla finestra l’opportunità che il regolamento europeo per il ripristino della natura offre per riformare l’urbanistica lungo un percorso necessario che fino a oggi nessuna forza politica (e neppure Anci) è stata in grado di fare; considera che il bene dei cittadini sia solo quello di non vedersi stravolgere i potenziali diritti edificatori che alcuni di loro (non tutti) hanno in tasca, quando i diritti dei cittadini (tutti a partire dai più fragili) sarebbero quelli di avere città abitabili e dove non si muore per gli eccessi di caldo o per le alluvioni.
Mi chiedo davvero come si possa frenare sull’ambizione di un piano che traccia un futuro per l’urbanistica sostenibile del Paese, dando in cambio immobilismo e arroccamenti sullo status quo. Dove hanno preso il coraggio per respingere il cambiamento proposto?
Gli emendamenti di Anci ci restituiscono un orizzonte pallido che non potrà mai reggere la sfida di Nrr, condannandoci di nuovo a vedere le nostre città inondarsi di cemento per rimanere ad applaudire a miseri interventi di verde che abilmente verranno comunicati come forieri di chissà quale cambiamento, che non sarà.
Questa certosina rimozione di tutte le ambizioni delle misure del Pnr produce un piano che girerà a vuoto, disegnato su norme incancrenite sul fronte della sfida ecologica e climatica ma funzionanti su quello del diritto e delle abitudini urbanistiche, le stesse che ci hanno portato nella situazione insostenibile in cui siamo.
Non posso che riconoscere in questa posizione di Anci un esercizio ribassista che danneggerà il Paese, accorcerà gli orizzonti dei Comuni e delle future generazioni. Non vedo in questa Associazione nazionale dei Comuni italiani quella descritta nella sua homepage, ovvero l’associazione che storicamente “ha saputo interpretare, e qualche volta ha anticipato, i mutamenti socio-economici, politici e culturali che hanno contribuito all’innovazione del mondo delle Autonomie locali”. Qui non sta né interpretando né anticipando nulla, anzi sta portandoci indietro.
I cambiamenti non si fanno con azioni pallide, con le retromarce e stralciando ogni dose di coraggio. Potremmo dire ad Anci quello che dicono alle associazioni ambientaliste, quando le accusano di essere le signore del “No”. Piuttosto Anci aiuti a traghettare le misure del Pnr in un orizzonte possibile, incalzando i comuni, disseminando i principi innovativi del regolamento europeo per il ripristino della natura. Cose mai fatte dal 2024 a oggi, purtroppo. Tradurre le prescrizioni in possibilità -i “devono” in “possono”-, come Anci ha proposto in vari passaggi dei suoi emendamenti, significa -lo sappiamo bene- rendere innocuo qualsiasi piano.
L’urbanistica dell’adattamento climatico non si fa con i “possono”, ma con i “devono”. Peraltro, è più probabile che siano i “possono” ad aprire a infiniti ricorsi, mentre i “devono” con le loro regolazioni chiare li limitano, al contrario di quel che vogliono farci pensare.
Mi rendo perfettamente conto che oggi questi “devono” sono graffianti e possono anche danneggiare le abitudini dei titolari (alcuni cittadini, imprese e fondi finanziari) di potenzialità trasformative, ma oggi c’è in gioco l’adattamento dei luoghi abitati da tutti a un profilo ecologico delle città che consente a tutti di vivere senza morire o ammalarsi.
Stralciare il riferimento all’approccio “One Health” (anche questo hanno fatto) è un atto grave che ci fa perdere una opportunità di crescita culturale e politica importantissima e che aiuta a dimenticare una responsabilità ben precisa dei sindaci, quella di essere loro stessi i primi garanti della salute di tutti i cittadini. Salute che non migliora aumentando le aree cementificate, non migliora evitando di asciugare i piani da previsioni urbanistiche inutili e pericolose, non migliora lasciando cementificare le aree verdi già previste nei piani, non migliora con ragionamenti da “manuale Cencelli” che si asserraglia sullo status quo.
Per tutto questo, e altro, trovo particolarmente grave, culturalmente parlando, l’iniziativa obliterante di Anci. Non è un caso che l’Associazione nazionale dei costruttori edili (Ance) abbia diffuso un comunicato di piena soddisfazione del documento di Anci: “Contiene numerose considerazioni che riprendono le osservazioni già evidenziate da Ance nel corso delle interlocuzioni con il ministero”. Un matrimonio inedito.
Un blocco unico quello tra Ance e Anci che non si vedeva da decenni. Dai costruttori ci aspettiamo contrarietà a un Pnr dalla parte del verde e non del cemento. Ad Ance probabilmente il regolamento europeo è sempre andato di traverso. D’altronde lei difende i costruttori, non come l’Anci il cui obiettivo fondamentale è “rappresentare e tutelare gli interessi dei Comuni”, che al mio paese significa difendere l’interesse comune ovvero di tutti i cittadini presenti e futuri ben al di là degli interessi particolari e privati di una categoria, quella dei detentori di potenziali di variazione d’uso del suolo o quella degli investitori immobiliari, per dire. Non può, quindi, che sorprendere, fino alle lacrime, la convergenza così millimetrica tra Anci e Ance.
Chiudo chiedendomi se davvero i Comuni sono al corrente della demolizione del Pnr da parte della loro associazione. Se lo sono, sono pregati di dirlo e confermare il loro pieno consenso. Al contrario, se non sono stati interpellati davanti a un fatto epocale di tale importanza, li pregherei di uscire allo scoperto, lamentarsi, esprimere il loro dissenso.
I sindaci e assessori (tanti) che ho incontrato in questi mesi mi hanno sempre detto di non essere stati messi al corrente di nulla, di non aver ricevuto nemmeno una mail, di non essere stati convocati da nessuna parte, di non aver appreso da Anci neppure dell’esistenza del Regolamento europeo. È talmente alta la posta in gioco che credo sia giunto il momento di giocare a carte scoperte. I sindaci e le sindache che hanno ragionevoli dubbi su questo stato di cose alzino la voce, dicano da che parte stanno, blocchino questa iniziativa. Non dimentichiamoci che non esprimere dissenso, significa dare taciti assensi, come ci ha insegnato Hannah Arendt.
Approfitto anche per dire che all’audizione indetta dal ministero dell’Ambiente il 23 luglio per ascoltare le rappresentanze delle associazioni e delle società scientifiche urbanistiche, Anci era convocata ma non si è presentata. Chi di noi era presente non ha quindi avuto modo di sentire le ragioni dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani e di conoscere chi la rappresentava a quel tavolo (Sindaci? Tecnici? A seguito di un mandato ricevuto da una qualche assemblea interna?). Peraltro in quell’occasione importante la maggior parte delle associazioni e società scientifiche era favorevole al Piano nazionale di ripristino della natura così come era formulato, a meno di lievi modifiche (tranne i costruttori dell’Ance, che hanno dichiarato la propria contrarietà).
Spero che il ministero dell’Ambiente rigetti le proposte di Anci e di Ance. Ma temo che questo non avverrà. Se le accoglierà, a mio parere, il Piano di ripristino della natura si trasformerà in qualcosa di talmente debole che sarà (me lo auguro) respinto dalla Commissione europea, condannandoci all’ennesima figuraccia (che volentieri eviterei), precludendoci dai fondi che saranno messi a disposizione e rendendo tutto ancor più complicato per i Comuni.
Torno a dire che siamo sulla soglia di un potenziale percorso ambizioso. Incerto perché i nostri riferimenti giuridici sono vetusti, ma ambizioso perché dà nuova aria all’urbanistica. Un percorso dove siamo pronti -lo abbiamo detto anche come Siu- a tiraci su le maniche per aiutare i Comuni a stare dalla parte del Regolamento europeo senza se e senza ma. Siamo pronti ad aiutarli nella relazione con i cittadini. Personalmente respingo ogni rinuncia a precluderci queste ambizioni.
Non abbiamo nessuna intenzione di perdere questo treno e di accontentarci di un Pnr ribassista, che ripristinerà il cemento e non la natura, nei fatti. Per favore, non gettate via l’ambizione in cambio di una certezza asfittica. Sindache e sindaci che siete dalla parte del suolo e della natura fate sentire la vostra voce.
Finisco con una celebre frase di Franco Cassano (1996, “Il Pensiero Meridiano”) che porto sempre con me e che si adatta perfettamente al momento in cui siamo: “Siamo poveri di beni pubblici perché essi possono vivere solo se sono diffuse piccole dosi di coraggio, di rispetto per la bellezza e di riguardo per i luoghi da cui non si possono escludere gli altri. Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente incrementato il nostro bottino privato ma quando avremmo restituito a tutti le strade, le spiagge i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà visitarci. Non è possibile togliere il potere ai piazzisti se non si scopre la differenza tra esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale”.
Una interpellanza accende i riflettori sull’area di Via Fiume, destinata a diventare un parcheggio privato.
I consiglieri comunale Zonari e Proto chiedono al Comune di Verificare l’iter urbanistico dell’area ceduta da ACER e di fermare eventuali interventi in assenza delle necessarie autorizzazioni.
Il silenzio mediatico e politico sulle reali cause dei disastri ambientali e delle ondate di calore è ormai pervasivo e, a questo proposito, si propone l’articolo di Nicola Armaroli (dirigente di ricerca del CNR) pubblicato sul sito Saperescienza.
C’è un rumore assordante che accompagna il collasso climatico che sta travolgendo miliardi di persone. Si chiama “silenzio”. Ma non è il silenzio della natura, che parla con chiarezza brutale: settimane di temperature spaventose, ricorrenti alluvioni “mai viste”, siccità, incendi, mari infuocati, ghiacciai disintegrati, città invivibili, migliaia di morti. No, il silenzio – ebete – è quello di una parte crescente del sistema mediatico e politico, che osserva la casa in fiamme e commenta sull’arredamento.
È un paradosso da manuale di psichiatria collettiva: ne scriveremo tanto, in futuro. Più la crisi climatica avanza, meno viene chiamata per nome. La cronaca mostra disastri, il meteorologo descrive anomalie, l’inviato raccoglie fuoco, fango, lacrime. Poi ci si ferma lì. Mancano movente e contesto. Mancano due parole proibite: riscaldamento globale.
Quando un ponte crolla, nessuno si limita a dire che il traffico è stato deviato. Si cercano cause, responsabilità, manutenzioni mancate. Quando invece un territorio finisce sott’acqua o un raccolto è perso, prevale il racconto dell’eccezione, della fatalità, della “bomba d’acqua”, espressione buona per i titoli e pessima per capire. L’evento estremo quotidiano è sterilizzato a fatto isolato. Ma il clima non è una maledizione del destino. È un sistema fisico alterato da colossali consumi di carbone, petrolio e gas. Mezzo trilione di tonnellate di carbonio intrappolato per milioni di anni nelle viscere della Terra e mollato in atmosfera in 150 anni: un battito di ciglia per il pianeta.
Mentre facciamo finta di nulla, i numeri non mostrano pietà. Gli ultimi anni sono stati i più caldi mai misurati; la soglia di 1,5 °C non è più un orizzonte remoto sulla mappa, ma una linea già oltrepassata. Eppure, mentre l’evidenza è diventata faticosa esperienza per tutti, l’attenzione pubblica arretra. La copertura mediatica globale sui cambiamenti climatici diminuisce, anno dopo anno. Il termometro sale, la discussione e la comprensione scendono.
Questa non è prudenza giornalistica, né riguardo per un’opinione pubblica sfiancata dalle emergenze. È omertà climatica. Perché è omertà non collegare i puntini per non disturbare inserzionisti, editori, azionisti, politici, elettori. È omertà invitare il negazionista di turno “per equilibrio”, come se, discutendo di terremoti, la sismologia e il parere di chi nega la tettonica delle placche meritassero lo stesso spazio. È omertà qualificare ogni misura di decarbonizzazione in “ideologia green” e ogni scelta fossile in “realismo”. È omertà parlare dei costi della transizione energetica senza nominare quelli, enormi, della non transizione. È omertà non dire che il cambiamento climatico ha un impatto devastante sul sistema idrologico e alimentare. Acqua e cibo, per capirci.
Poi ci sono i social, dove la canea è diventata metodo. Lì la crisi climatica non si discute: si deride. Ogni nevicata invernale diventa confutazione della fisica dell’atmosfera. Ogni pannello solare schiavitù cinese. Ogni pala eolica devastazione del paesaggio. Ogni scienziato, servo di poteri oscuri. È il trionfo dell’incompetenza istantanea: cinque minuti su un video sgangherato bastano per archiviare due secoli di climatologia. In questo mercato dell’assurdo, alcuni politici raccontano che in Italia avremo un clima caraibico, ammiccando a vacanze da sogno a Ostia e Rimini. È più comodo blandire l’ignoranza che governare la realtà.
Eppure, la realtà non negozia. Possiamo smettere di parlarne, ma la CO2 resta in atmosfera per secoli. Possiamo cambiare argomento, ma le infrastrutture costruite per il clima del Novecento non reggono il clima del XXI secolo. Possiamo irridere gli “ambientalisti da salotto”, ma intanto i pronto soccorso, le assicurazioni, gli agricoltori, i sindaci e le famiglie sono travolti.
Rompere l’omertà climatica non significa trasformare ogni telegiornale in un bollettino apocalittico. Significa fare buon giornalismo: spiegare, contestualizzare, distinguere incertezza da ignoranza. Significa ricordare che non esiste neutralità tra il piromane e il vigile del fuoco.
Le soluzioni ci sono, e su Sapere ne parliamo da sempre. La cattiva notizia è che richiedono merci che oggi scarseggiano: chiamare i problemi con il loro nome e assumerci, ognuno, le nostre responsabili
Nicola Armaroli, direttore di Sapere dal 2014, è dirigente di ricerca del CNR e membro della Accademia Nazionale delle Scienze (detta dei 40). Lavora nel campo della conversione dell’energia solare e dei materiali luminescenti e studia i sistemi energetici nello loro complessità. Ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici, 12 libri e decine di contributi su libri e riviste. Ha tenuto conferenze in università, centri di ricerca e congressi in tutto il mondo ed è consulente di varie agenzie e società internazionali, pubbliche e private, nel campo dell’energia e delle risorse. Ha ottenuto vari riconoscimenti tra cui la Medaglia d’Oro Enzo Tiezzi della Società Chimica Italiana e il Premio per la Chimica Ravani-Pellati della Accademia delle Scienze di Torino. È un protagonista del dibattito scientifico sulla transizione energetica su tutti i mezzi di comunicazione.
La consigliera comunale de La Comune denuncia la mancanza di comunicazione sulla vicenda agli abitanti della zona e presenta una istanza di accesso agli atti dopo il diniego opposto ad una cittadina di Villanova di Denore. Chiede planimetrie aggiornate, comunicazione di inizio lavori e crono programma dell’impianto di biometano Apis FE1
La nostra campagna per la ripubblicizzazione del servizio idrico, consta allo stato attuale di una serie di attività che si possono riassumere in:
1) lettera alle forze politiche e gruppi consiliari, sindacato, in cui si dichiarava, vista la scadenza alla fine del 2027 delle concessioni del servizio idrico, affidate a Hera nel Comune di Ferrara e altri Comuni dell’Alto Ferrarese e a CADF nel territorio del Basso Ferrarese, l’ interessamento ad un confronto per esaminare le problematiche connesse alla scadenza delle concessioni e agli affidamenti futuri del servizio idrico.
2) lettera con gli stessi intenti ai Comuni del basso ferrarese serviti da CADF
3) le iniziative pubbliche “Acqua. Un bene comune e i conflitti mondiali” e “Ferrara un territorio d’acqua”
4) raccolta firme per petizione al Comune di Ferrara con la richiesta di attivarsi perché, alla scadenza della concessione del servizio idrico, la nuova gestione del servizio idrico nel Comune di Ferrara venga affidato ad un’azienda a totale capitale pubblico “ in house providing”, sulla base delle condizioni che saranno presenti relative alle modalità di affidamento del servizio stesso.
5) indizione di un bando di concorso denominato “SIAMO LA STESSA ACQUA” presso la scuola di grafica in Ferrara, allo scopo di ideare una campagna di comunicazione visiva per trasformare la percezione dell’acqua e promuovere:
● il messaggio che l’acqua non è una merce, ma diritto universale e bene comune;
● la necessità di rendere pubblico il servizio idrico, sottraendolo agli interessi privati;
● lo sviluppo di consapevolezza dei rischi legati alla risorsa acqua nel contesto della crisi climatica;
● la conoscenza del paesaggio ferrarese come territorio plasmato dall’acqua.
Il lavoro svolto dai giovani è stato ottimo e il materiale sarà utilizzato per la nostra campagna.
5) incontri con Atersir, forze politiche, associazioni, cittadini.
Una mobilità più sana, sicura e vivibile per Ferrara è possibile!
Traffico intenso, code, rumore e una convivenza difficile tra auto, biciclette e pedoni, soprattutto sugli assi Corso Giovecca e Porta Mare-Porta Po: una situazione che molti ferraresi conoscono bene purtroppo (l’immagine del post è elaborata con IA ma è assai realistica…).
Per questo il Forum Ferrara Partecipata ha promosso una petizione che propone interventi concreti per migliorare la sicurezza stradale e la qualità della vita urbana: più moderazione della velocità, percorsi ciclabili sicuri, una migliore organizzazione degli spazi pubblici e una mobilità più sostenibile per tutti. Un percorso per dare attuazione al Piano Urbano di Mobilità Sostenibile (PUMS), approvato da questa Giunta e poi lasciato lettera morta.