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24/09/2026

Siccità e crisi idriche in Italia, il CNR: meno acqua disponibile e una gestione da ripensare

Interessante articolo pubblicato da “Ambiente e non solo”    vai al sito

La siccità non è più soltanto un’emergenza legata a qualche stagione particolarmente asciutta. In Italia sta diventando un problema strutturale, alimentato dal cambiamento del regime delle precipitazioni, dall’aumento delle temperature, dalla riduzione della neve e dei ghiacciai e da una domanda d’acqua che deve confrontarsi con infrastrutture, sistemi di monitoraggio e modelli di governance non sempre adeguati.

È il quadro che emerge da “Drought, water scarcity and water crises in Italy: an executive summary from a scientific perspective”, pubblicato nel 2026 da CNR Edizioni. Il documento raccoglie e rende accessibili a livello internazionale i principali risultati del volume Siccità, scarsità e crisi idriche, realizzato nel 2024 da un ampio gruppo di ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche con il contributo di ISPRA, Dipartimento della Protezione Civile e struttura commissariale per gli interventi urgenti connessi alla scarsità idrica.

Il messaggio centrale è netto: occorre passare dalla gestione dell’emergenza alla gestione preventiva del rischio siccità, costruendo una politica dell’acqua capace di integrare clima, disponibilità della risorsa, ecosistemi, infrastrutture e consumi.

Siccità, scarsità d’acqua e crisi idrica non sono la stessa cosa

Il rapporto parte da una distinzione importante.

La siccità è un fenomeno caratterizzato dal persistere di un deficit rispetto alle condizioni normali di precipitazioni, contenuto d’acqua nel suolo e disponibilità nelle acque superficiali e sotterranee.

La scarsità idrica si verifica invece quando la disponibilità non riesce a soddisfare, in tutto o in parte, la domanda per gli usi umani e per le necessità ecologiche.

Quando questa situazione si prolunga e gli effetti economici, sociali e ambientali diventano sempre più gravi si arriva alla vera e propria crisi idrica.

È una distinzione tutt’altro che teorica. Una siccità meteorologica non deve necessariamente trasformarsi in una crisi se il territorio dispone di riserve, infrastrutture efficienti e sistemi di gestione adeguati. Al contrario, condizioni climatiche non eccezionali possono determinare gravi problemi dove la domanda è molto elevata o le reti e le riserve sono vulnerabili.

In Italia piove meno e aumentano le temperature

Uno dei dati di fondo riguarda l’evoluzione delle precipitazioni.

La precipitazione media annua nazionale nel periodo 1991-2020 è scesa a 944 millimetri, contro i circa 990 millimetri del periodo 1921-1950. Alla riduzione delle quantità complessive si accompagna anche una diminuzione del numero dei giorni piovosi.

Parallelamente, le temperature sono aumentate. Dal 2000 in poi la temperatura media annua è risultata quasi sempre superiore alla media 1991-2020. Il 2022, oltre a essere stato l’anno con le precipitazioni più basse della serie considerata, è stato anche il più caldo dal 1961, seguito dal 2023.

Caldo e deficit di precipitazioni agiscono insieme: temperature più elevate significano maggiore evapotraspirazione e quindi una perdita più rapida di acqua da suoli, vegetazione e bacini.

La risorsa idrica rinnovabile è diminuita del 13%

Uno dei dati più significativi del documento riguarda la disponibilità complessiva di acqua rinnovabile.

Confrontando il periodo 1987-2023 con il 1951-1986, il rapporto indica una riduzione del 13% del cosiddetto “internal flow”, cioè la quantità di acqua derivante dalle precipitazioni al netto dell’evapotraspirazione.

Il fenomeno non riguarda soltanto le acque superficiali. Le evidenze disponibili indicano un progressivo depauperamento delle risorse sotterranee in diverse aree del Nord, del Centro e del Sud Italia.

Il problema è particolarmente rilevante perché le falde rappresentano una componente decisiva dell’approvvigionamento nazionale.

L’85% dell’acqua potabile arriva dalle falde

Per gli usi civili, infatti, circa l’85% dell’acqua utilizzata in Italia proviene dalle risorse sotterranee: il 49% dai pozzi e il 36% dalle sorgenti.

Solo il restante 15% deriva da acque superficiali, invasi, laghi naturali e, in misura ancora marginale, dalla desalinizzazione.

Questo rende la conoscenza delle falde strategica. Eppure il CNR evidenzia importanti lacune: la distribuzione delle reti di monitoraggio varia fortemente da regione a regione e lo stato quantitativo è valutato soltanto per una parte dei corpi idrici sotterranei.

Anche le informazioni sui prelievi reali restano spesso insufficienti, soprattutto per l’irrigazione, dove una quota rilevante dell’acqua viene prelevata direttamente dagli agricoltori da pozzi o corsi d’acqua senza misurazione sistematica.

Neve e ghiacciai: viene meno una riserva naturale

Il rapporto dedica particolare attenzione alla criosfera.

Sulle Alpi italiane l’equivalente in acqua della neve ha registrato tra il 1967 e il 2020 una diminuzione media stimata in circa 51 millimetri per decennio. Nel 2022 e nel 2023 le anomalie negative dell’accumulo nevoso sono state eccezionali.

Anche i ghiacciai hanno subito una forte accelerazione delle perdite a partire dal 2003. Nelle Dolomiti, secondo lo studio citato dal rapporto, tra gli anni Ottanta e il 2023 è scomparso circa il 56% della superficie glaciale, con una riduzione media dello spessore superiore a 30 metri.

La conseguenza idrologica è fondamentale.

Neve e ghiacciai funzionano come una sorta di riserva naturale, accumulando acqua durante la stagione fredda e rilasciandola nei mesi più caldi. La fusione glaciale può temporaneamente compensare la mancanza di precipitazioni, ma soltanto fino a un punto.

Quando viene raggiunto il cosiddetto “peak water”, cioè il massimo contributo derivante dalla fusione, la progressiva scomparsa del ghiaccio determina successivamente una riduzione delle portate.

Il Po porta meno acqua rispetto al passato

Il rapporto richiama anche l’evoluzione di lungo periodo del Po.

Le portate medie estive sarebbero diminuite da circa 2.100 metri cubi al secondo all’inizio dell’Ottocento a circa 1.600 nel 2020.

A questa tendenza contribuiscono sia le trasformazioni climatiche sia i prelievi, in particolare quelli destinati all’irrigazione.

Le crisi idriche non costituiscono peraltro una novità. Il documento ricostruisce numerosi episodi avvenuti dal 2000 in poi: dal Nord Italia nel 2000 alle crisi del bacino del Po del 2003 e del 2006, fino alla grande siccità del 2022-2023 che ha interessato Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e diverse regioni del Centro.

Nel 2024-2025 le maggiori criticità si sono invece spostate verso Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.

Il 56% dei prelievi d’acqua è destinato all’agricoltura

La gestione delle future crisi idriche deve partire anche dalla conoscenza della domanda.

In Italia vengono prelevati mediamente circa 30,4 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Di questi, il 56% è destinato all’agricoltura, il 31% agli usi civili e il 13% all’industria.

L’agricoltura è quindi il principale utilizzatore della risorsa.

Il cambiamento climatico rischia però di aumentare ulteriormente la domanda irrigua proprio mentre diminuisce la disponibilità. Temperature più alte accrescono infatti il fabbisogno d’acqua delle colture, riducono la durata di alcuni cicli produttivi e aumentano lo stress termico e idrico.

Il rapporto individua tra le risposte possibili irrigazione di precisione, sensori di umidità del suolo, microirrigazione, scelta di colture meno idroesigenti e pianificazione agroclimatica.

Reti idriche: perdite ancora vicine al 50%

Sul fronte civile resta centrale il problema delle infrastrutture.

Secondo i dati richiamati dal CNR, le perdite dei sistemi di approvvigionamento e distribuzione raggiungono mediamente il 49% a livello nazionale, con punte fino al 60% in alcune zone del Centro e del Sud.

Il rapporto segnala tuttavia i primi miglioramenti: dati Istat più recenti evidenzierebbero una riduzione del fabbisogno civile di circa il 3%, attribuita in parte anche a una maggiore efficienza delle reti.

Ridurre le perdite resta comunque una delle strategie prioritarie, insieme a sistemi di monitoraggio intelligente, sensori, contabilizzazione in tempo reale e rinnovo delle condotte.

Invasi: una capacità teorica ridotta anche dai sedimenti

Nel dibattito sulla siccità si parla spesso di nuovi invasi.

Il rapporto fotografa una situazione complessa. In Italia 531 grandi dighe operative consentono teoricamente di regolare circa 14,2 miliardi di metri cubi d’acqua, a cui si aggiungono oltre 26 mila piccoli invasi censiti.

Ma l’accumulo di sedimenti avrebbe ridotto la capacità di stoccaggio di circa il 20%.

Inoltre le dighe modificano i regimi naturali dei corsi d’acqua, interrompono il trasporto dei sedimenti e possono produrre effetti significativi sugli ecosistemi fluviali e lacustri.

La conclusione del CNR non è quindi semplicemente “costruire più invasi”: occorre valutare disponibilità effettiva della risorsa, impatti ecologici, gestione dei sedimenti, sicurezza delle strutture e rispetto dei deflussi ecologici.

Ricaricare artificialmente le falde

Tra le soluzioni considerate figura anche la Managed Aquifer Recharge, cioè la ricarica controllata delle falde.

L’acqua può essere immessa nel sottosuolo attraverso pozzi, bacini di infiltrazione o sistemi che favoriscono la filtrazione naturale, creando una riserva meno esposta all’evaporazione rispetto agli invasi superficiali.

Vengono inoltre richiamate le dighe sotterranee, utilizzabili soprattutto nelle zone costiere per rallentare la dispersione verso il mare delle acque sotterranee.

Sono strumenti potenzialmente interessanti, ma che richiedono conoscenza dettagliata degli acquiferi e controlli rigorosi sulla qualità dell’acqua.

Una risorsa sorprendente: l’acqua dolce sotto il mare

Tra gli aspetti più originali del documento c’è il riferimento agli acquiferi offshore.

Si tratta di depositi di acqua dolce o a bassa salinità presenti sotto i fondali marini, formatosi in epoche nelle quali il livello del mare era molto più basso.

In Italia sono state individuate situazioni promettenti nel Canale di Malta e nella piattaforma continentale adriatica. Studi recenti indicano, nell’Adriatico, acquiferi pleistocenici che potrebbero estendersi fino a circa 60 chilometri dalla costa.

Il CNR li considera una risorsa potenziale, non una soluzione immediatamente disponibile: geometria, meccanismi di ricarica e caratteristiche idrauliche sono ancora poco conosciuti e qualsiasi eventuale utilizzo dovrebbe essere preceduto da valutazioni molto approfondite.

Acque reflue: ne riutilizziamo solo il 4%

Decisamente più concreta è la possibilità di aumentare il riuso delle acque depurate.

In Italia oltre 18 mila impianti di depurazione trattano ogni anno circa 6,7 miliardi di metri cubi di acque reflue.

Circa 4,7 miliardi di metri cubi, provenienti da impianti dotati di trattamenti terziari o avanzati, potrebbero potenzialmente essere riutilizzati in agricoltura.

Attualmente, però, viene effettivamente riutilizzato soltanto il 4%.

Il rapporto individua ostacoli normativi, tecnologici, infrastrutturali, economici e culturali. Vi sono inoltre questioni ambientali da considerare: gli scarichi dei depuratori contribuiscono infatti, soprattutto durante i periodi secchi, a mantenere le portate di molti corsi d’acqua. Deviare completamente queste acque verso l’irrigazione potrebbe quindi creare nuovi problemi ecologici.

Desalinizzazione, utile ma non ovunque

Anche la desalinizzazione viene inserita tra le possibili fonti alternative, ma senza presentarla come soluzione universale.

In Italia risultano attivi circa 340 impianti, con una produzione complessiva di quasi 240 milioni di metri cubi all’anno.

I costi energetici, gli impatti ambientali e le esigenze operative rendono però questa tecnologia più adatta a contesti specifici nei quali non esistono alternative migliori.

Lo stesso principio vale per molte delle soluzioni analizzate dal rapporto: non esiste una singola tecnologia capace di risolvere la crisi idrica italiana.

Il cambiamento climatico rischia di ridurre ancora la disponibilità d’acqua

Le prospettive future rendono ancora più urgente intervenire.

Gli scenari climatici indicano per l’area mediterranea un aumento della frequenza degli episodi di siccità compreso, a seconda delle regioni e degli scenari considerati, tra il 12 e il 25%.

Sulle Alpi la neve potrebbe diminuire sensibilmente entro la fine del secolo. Negli scenari analizzati, le perdite di massa dei ghiacciai alpini rispetto al 2017 arriverebbero entro il 2100 a circa 63% nello scenario meno severo, 79% in quello intermedio e 94% nello scenario più critico.

La riduzione delle portate fluviali annuali potrebbe raggiungere, nello scenario peggiore e nel periodo 2071-2100, valori compresi tra il 10 e il 40%.

Ancora più critica la prospettiva per le falde: la ricarica delle acque sotterranee potrebbe diminuire progressivamente, con le perdite maggiori nel Mezzogiorno, dove nello scenario più sfavorevole potrebbero raggiungere valori molto elevati.

Siccità significa anche perdita di biodiversità

La crisi dell’acqua non riguarda soltanto famiglie, agricoltura e industria.

La diminuzione delle portate sta trasformando anche gli ecosistemi.

Sempre più corsi d’acqua che in passato erano permanenti stanno assumendo un regime intermittente. Quando un fiume si frammenta in tratti isolati o si prosciuga, cambiano le comunità biologiche, diminuisce la capacità di autodepurazione e vengono interrotti i corridoi ecologici.

Nel Ticino, ad esempio, la siccità del 2023 ha favorito comunità di macroinvertebrati maggiormente resistenti alle alte temperature e alla scarsità di ossigeno, sovrapponendo un nuovo stress alle pressioni ambientali già esistenti.

Il rapporto ricorda inoltre che nel periodo 2016-2019 più del 17% del territorio nazionale ha mostrato condizioni di degrado rispetto al periodo di riferimento 2000-2015.

Siccità, scarsità d’acqua e desertificazione sono quindi fenomeni strettamente collegati.

Un problema di dati prima ancora che di acqua

Uno dei messaggi più forti del rapporto riguarda ciò che ancora non conosciamo.

L’Italia dispone di numerose reti di monitoraggio, ma il quadro resta frammentato territorialmente e istituzionalmente.

Le misure delle precipitazioni sono relativamente diffuse, ma meno uniformi nelle aree montane. Il monitoraggio dell’umidità del suolo è ancora insufficiente. Piccoli corsi d’acqua e bacini montani sono poco osservati. Le reti delle falde cambiano fortemente da regione a regione.

Ancora più importante è la carenza di dati affidabili sui prelievi effettivi.

Senza sapere quanta acqua entra nel sistema, quanta ne viene prelevata, dove, quando e per quali usi, costruire un bilancio idrico realmente affidabile diventa difficile.

Per questo il CNR chiede maggiore interoperabilità tra le banche dati, digitalizzazione delle serie storiche e libero accesso alle informazioni idrologiche.

Dall’emergenza alla prevenzione

È nelle raccomandazioni finali che il rapporto assume una valenza chiaramente politica.

La prima indicazione è abbandonare progressivamente una gestione prevalentemente reattiva delle crisi idriche e adottare un approccio proattivo, basato sulla valutazione del rischio e sulla preparazione.

I Drought Management Plans, i piani di gestione della siccità, dovrebbero diventare veri strumenti operativi condivisi tra istituzioni e utilizzatori della risorsa, e non soltanto documenti dedicati al monitoraggio.

Parallelamente occorre rafforzare il coordinamento fra Stato, Autorità di distretto, Regioni, enti locali e gestori.

La frammentazione delle competenze, osservano i ricercatori, diventa particolarmente problematica proprio durante le crisi, quando agricoltura, usi civili, industria, produzione energetica ed ecosistemi competono per una risorsa insufficiente.

Una nuova politica nazionale dell’acqua

Il rapporto auspica che questo patrimonio di conoscenze possa diventare uno dei riferimenti per la costruzione della futura strategia nazionale di resilienza idrica, in collegamento con le politiche europee e con il Regolamento sul ripristino della natura.

Il cambio di prospettiva proposto è significativo.

La risposta alla siccità non consiste soltanto nel trovare più acqua. Significa contemporaneamente ridurre le perdite, conoscere meglio i prelievi, usare l’acqua con maggiore efficienza, recuperare e riutilizzare risorse, proteggere gli ecosistemi, aumentare la capacità di accumulo dove sostenibile e pianificare sulla base di scenari climatici ormai profondamente diversi da quelli del passato.

Il problema dell’Italia, insomma, non è soltanto che in futuro potrebbe esserci meno acqua.

È che dovremo imparare a gestire una risorsa più variabile, meno prevedibile e sottoposta a una domanda crescente.

Ed è proprio questo il passaggio indicato dal CNR: dalla gestione delle crisi a una vera politica della resilienza idrica.

Fonte: CNR, Drought, water scarcity and water crises in Italy: an executive summary from a scientific perspective, CNR Edizioni, 2026.

 


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