Conad a Reggio Emilia
Un’area viene destinata all’edificazione, il progetto non parte e i terreni vengono comprati e rivenduti, gli anni passano e dove erano previsti gli edifici cresce un bosco
Un’area viene destinata all’edificazione, il progetto non parte e i terreni vengono comprati e rivenduti, gli anni passano e dove erano previsti gli edifici cresce un bosco. Ma le previsioni urbanistiche seppur riviste restano. Intanto cambiano il clima, la sensibilità dei cittadini, le conoscenze sul ruolo della vegetazione contro il calore e sulla necessità di fermare il consumo di suolo. Cambia anche il rapporto con la politica, tra indifferenza e nuove forme di cittadinanza attiva. È in questo quadro che si colloca la vicenda di Bosco Ospizio a Reggio Emilia: un’area di 45mila metri quadrati dove, dopo la demolizione della vecchia struttura, è cresciuta una macchia boscata che, secondo alcuni botanici locali, ospita 165 specie vegetali, tra cui due orchidee protette.
Quello che era uno spazio dismesso è diventato un luogo rinaturalizzato che le previsioni urbanistiche continuano a considerare un vuoto da riempire mentre per l’ecologia è diventato un patrimonio. Il paesaggista francese Gilles Clément probabilmente lo chiamerebbe «Terzo paesaggio», mentre il Tar non lo ha riconosciuto come «bosco urbano» Il paradosso è che a produrlo è stata proprio l’inazione del piano: anni di attesa hanno generato una trasformazione che procedure e diritti acquisiti non riconoscono. Del resto, i tempi dell’urbanistica non sono quelli della natura, che nelle sue dinamiche, è indifferente alle vicende dell’uomo. Il Comune aveva provato a ridurre quei diritti: nel 2014 si portò l’edificabilità da 11mila a 3.500 metri quadrati; con il nuovo piano urbanistico si cerca di annullare le previsioni edificatorie dei progetto non attuate, annullandole. Ma le sentenze del Tar di Parma e del Consiglio di Stato su aree analoghe hanno dato ragione ai privati. Conad non era tra i ricorrenti, ma il Comune ha considerato quelle decisioni un precedente per i casi simili.
Restano tre domande. Quanto vale un bosco cresciuto da solo? Era politicamente opportuno avviare il cantiere Conad, con le ruspe accompagnate dalla polizia in assetto antisommossa, dopo due mesi di presidio pacifico e 42mila firme contrarie? E come si concilia questa scelta con lo slogan della cooperativa «Persone oltre le cose»? Infine, si può chiamare «compensazione» il conteggio di 1.348 alberi promessi contro 322 esistenti, come se un bosco fosse la somma dei suoi fusti e una nuova pianta equivalesse a un albero radicato da anni e inserito in un sottobosco ricco di vita animale e vegetale?
La vicenda pone questioni che vanno oltre il singolo intervento. È giusto che un progetto conservi validità amministrativa mentre cambiano le condizioni che ne giustificavano l’utilità? Probabilmente le amministrazioni andrebbero dotate di strumenti per valutare questi cambiamenti e motivare la conferma o la revisione delle scelte. Altrimenti le procedure diventano impermeabili alle mutazioni della realtà. Va interrogato anche il significato della rigenerazione urbana: ogni trasformazione edilizia è davvero un miglioramento? Quali interessi prevalgono, come si distribuiscono benefici e costi, quale valore si riconosce al patrimonio ecologico e sociale esistente? Quando domina il rendimento immobiliare e commerciale, la riqualificazione rischia di rispondere a logiche speculative e finanziarie difficilmente conciliabili con la transizione ecologica, il bene comune e la giustizia sociale.
La questione è anche culturale e attraversa conservatori e progressisti. Politica, amministrazioni e imprese appaiono poco preparate, e forse poco disposte, al cambiamento di paradigma che da più parti viene evocato rispetto il modello di sviluppo oggi prevalente. Cambiare significa rivedere progetti e priorità, accettando che tutelare un bene collettivo possa richiedere rinunce economiche.
Bosco Ospizio non è un caso isolato. A Lido di Dante, a Ravenna riemergono pretese edificatorie per 17 ettari riguardanti un’espansione residenziale e turistica il cui primo accordo risale al 2008, oggi contestata per i rischi idraulici e la subsidenza. Nell’«ottavo lido» di Porto Garibaldi, nel litorale comacchiese, 39 ettari agricoli sono destinati a un villaggio per cinquemila persone lungo una costa in arretramento. Tre vicende diverse ma accomunate da una pratica comune: vecchie previsioni urbanistiche tornano a determinare il futuro di territori fragili, profondamente cambiati.
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