Ravenna CCS è il progetto promosso dalle multinazionali fossili italiane Eni e Snam, parte del più grande progetto Callisto, finalizzato a catturare la CO2 e stoccarla nei giacimenti esausti del cane a sei zampe in mare, al largo di Ravenna.
Attualmente si è conclusa la fase pilota e, dai pochi dati pubblici a disposizione, per lo più aggregati, sembra emergere una realtà a tinte più fosche del grande successo declamato da Eni. A fronte delle 25mila tonnellate di CO2 che secondo la legge si sarebbero potute stoccare (una quantità davvero irrisoria, ndr.), i documenti pubblicati per la consultazione pubblica sul Ravenna Fase 2 parlano di circa 11mila tonnellate di CO2 iniettate fra il 1 agosto 2024 e il 31 agosto 2025.
Ravenna CCS si collega al carbonodotto promosso da Snam, il “CCS Pianura Padana”, che prevede di costruire una rete di circa 100 chilometri di gasdotti dedicati al trasporto dell’anidride carbonica per convogliare quella raccolta inizialmente dalle zone industriali di Ferrara e di Ravenna, e successivamente anche dal polo industriale di Marghera, verso l’impianto di raccolta e liquefazione che verrà costruito a Casalborsetti. Da lì la CO2 sarà infine trasportata e iniettata nei giacimenti esauriti sul fondo del mare Adriatico.
La raccolta della CO2 da questi impianti avverrebbe nella cosiddetta Fase 2, in cui Eni e Snam promettono di trasportare e sotterrare fino a 4 milioni di tonnellate di CO2 l’anno entro il 2030. Secondo lo Studio CCUS pubblicato dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica a luglio 2025, la CO2 dovrebbe essere trasportata inoltre anche in forma liquida, via treno, autobotte e nave verso il Ravenna Hub, che Eni prevede di costruire nella zona industriale di Ravenna, sul canale Candiano.
Il Ravenna CCS con le sue infrastrutture su terra e in mare fa parte del più grande progetto Callisto che, in una fase di ulteriore espansione assieme alla società francese Air Liquide, dovrebbe raccogliere e stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO2 l’anno proveniente addirittura dal distretto industriale di Fos e Etang de Berre in Francia. Questa immensa quantità di CO2 sarebbe poi trasportata via nave fino al Ravenna Hub.
Come mai il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica abbia deciso di non pubblicare informazioni che sono di interesse pubblico, relative alla fase pilota del progetto Ravenna CCS, ma di accettare che solo dati aggregati venissero pubblicati dalle aziende proponenti, rimane una domanda aperta. Il CCS di Ravenna è il primo progetto di questo tipo in fase di realizzazione nel nostro paese. Sulla tecnologia sono molte le voci critiche che sollevano dubbi sia sulla sua efficacia che sui costi, ma anche sugli impatti sull’ambiente e sulla salute delle persone, in particolare in caso di incidente. Dubbi che abbiamo sollevato in relazione alla parte delle infrastrutture incluse nel CCS Pianura Padana, sia nelle osservazioni alla valutazione di impatto ambientale che nel ricorso che abbiamo presentato al TAR della regione Lazio.
Come gestire i diversi aspetti dello sviluppo di queste infrastrutture e tecnologie, e quale sarà il regime di remunerazione per il gestore, è tutto da definire. Visti i costi e i rischi (economico finanziari, ma non solo), le corporation vorrebbero che la Commissione europea pagasse una parte dell’investimento (stimato in oltre un miliardo per il CCS di Ravenna) e che lo Stato facesse da garante per la remunerazione attesa del ricavo dall’investimento sia per lo stoccaggio che per il trasporto della CO2. In altre parole, che la tecnologia funzioni o meno, le aziende dovrebbero essere ripagate dalle casse pubbliche, scaricando quindi costi e rischi sulle bollette e sulla collettività.
In un momento in cui si discute molto del costo della bolletta energetica per le famiglie e le imprese, crediamo sia cruciale aprire spazi pubblici per discutere e analizzare pro e contro delle diverse possibilità, evitando che siano le famiglie a pagare il costo di scelte affrettate. Per altro scelte fatte basandosi sulle richieste delle aziende ma in assenza di una discussione pubblica e informata. ReCommon lo ha segnalato alla Commissione 8 del Senato, incaricata di decidere se deve essere appunto il Parlamento a legiferare in materia, o se invece la competenza deve essere delegata al governo. Come fortemente auspicato dalle aziende.
Iscriviti al webinar: Progetto CCS: rischi certi e “impatto trascurabile”


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