L’inedita coppia Anci e Ance vuole mandare all’aria il Piano di ripristino della natura
Tratto da Altrecomomia, un interessante commento di Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano dove insegna nei percorsi di Architettura e di Ingegneria Ambientale. Si occupa da sempre di suolo, consumo di suolo ed effetti ambientali ed ecologici. Oltre a questo si occupa di Lentezza e pianificazione di linee lente ciclabili e camminabili. È stato consulente per progetti nazionali e internazionali ed è stato ideatore e responsabile scientifico del progetto di ciclovia VENTO (www.cicloviavento.it), del progetto TWIN (www.twin.polimi.it) e ora di BorghiLenti (www.borghilenti.it). Sul mensile Altreconomia cura la rubrica “Piano terra”. Ha scritto articoli e numerosi libri sul suolo. È autore di “L’Intelligenza del suolo” (2022), “100 parole per salvare il suolo” (2018) e “Il suolo sopra tutto” (2017) con Matilde Casa per Altreconomia; di “Progettare la lentezza” (People, 2020), “Urbanistica Fragile” (Lettera 22, 2022) con Rossella Moscarelli e “Piazze scolastiche” (Corraini, 2022) con Cristina Renzoni e Paola Savoldi.
Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024)
Paolo Pileri
Mentre il governo si appresta a ultimare il Piano di ripristino della natura, emanazione dell’epocale regolamento europeo, l’Associazione dei Comuni ne demolisce il contenuto, rifiutando qualsiasi riforma ambiziosa dell’urbanistica, con il favore dei costruttori. Ma avere città abitabili e dove non si muore per gli eccessi di caldo o per le alluvioni è un’urgenza oltreché un diritto. “Sindaci che siete dalla parte del suolo e della natura fate sentire la vostra voce”, scrive il prof. Paolo Pileri
In queste settimane bollenti il ministero dell’Ambiente sta confezionando il Piano di ripristino della natura (Pnr), ovvero il pacchetto di misure raccolte nei mesi passati dalle Regioni e integrate dal lavoro dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Azioni che saranno offerte ai 2.761 Comuni italiani obbligati ad attuare in pieno il regolamento europeo per il ripristino della natura, (Nrr, 2024/1991). È una sfida epocale e lo abbiamo già scritto su Altreconomia.
L’urbanistica deve cambiare pelle, senza indugi, tentennamenti e finzioni. Ridare alla natura lo spazio che le è stato tolto significa seriamente fermare il consumo di suolo e avviare azioni di deimpermeabilizzazione e depavimentazione in modo esteso e intenso. Se questa occasione epocale non viene colta, le cose potranno solo peggiorare e noi rimanere gli irresponsabili di sempre. Le città diverranno sempre più bollenti e sempre più incapaci in autunno di affrontare piogge violenti e alluvioni sempre più frequenti. È questo il momento di cambiare, pur nella piena consapevolezza che non è facile. Ma non è la facilità che ci muove, bensì la responsabilità e la possibilità. Ed è per questo che senza avere un attimo di ripensamento la Società italiana degli urbanisti ha abbracciato Nrr e la bozza del Pnr all’art. 8, quello riguardante la parte urbana. Ma tutto questo non basta. Il virus dell’irresponsabilità non molla.
Il 3 agosto l’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) ha pubblicato un comunicato in cui, con fierezza, rivela la sua posizione di merito, che va a demolire il Piano di ripristino della natura basandosi sostanzialmente sull’evitare “l’introduzione di prescrizioni immediatamente operative o di nuovi vincoli non previsti dalla normativa europea”. Nell’introduzione al documento si legge che “le modifiche proposte perseguono l’obiettivo di evitare che il Piano introduca direttamente prescrizioni operative, vincoli o effetti conformativi non espressamente previsti dal Regolamento europeo, demandando l’individuazione delle misure e degli interventi agli esiti del processo di ricognizione, verifica, programmazione, pianificazione e monitoraggio, sviluppato con il coinvolgimento delle Regioni, delle Province autonome e dei Comuni e attuato attraverso gli strumenti ordinari previsti dalla normativa vigente”.
In poche parole, togliendo di mezzo ogni obbligatorietà per le misure del Pnr, Anci svuota il piano, annullando una per una le misure che puntavano a tracciare una nuova rotta per i comuni italiani. Ad esempio, ha stralciato la misura “ISPRA01” che prevedeva di non approvare varianti difformi dal regolamento europeo a partire dal primo settembre 2026; idem per la misura “ISPRA02” che prevedeva di sospendere le previsioni dei piani laddove vanno a consumare aree verdi; idem per la misura “ISPRA03” che ricordava l’intoccabilità delle aree verdi urbane alla stregua di vincoli urbanistici che non possono essere oggetto neppure di indici di edificabilità; idem per la misura “ISPRA06” che obbligava i comuni a redigere un regolamento della natura urbana coerente con il Pnr e il regolamento europeo; idem per la misura “ISPRA08” che dava la possibilità di aggiornare i piani prevedendo annullamento o riduzione delle aree trasformabili e il vincolo di non successiva trasformabilità delle aree ripristinate; idem per la misura “ISPRA09” che vincolava la approvazione dei piani urbanistici alla verifica del bilancio netto pari a zero di spazi verdi e copertura della volta arborea; idem per la misura “ISPRA12” che prevedeva la depavimentazione e così via.
Oltre a questo l’Anci si è autonominata soggetto che co-predispone il rapporto periodico sullo stato di attuazione delle misure per gli ecosistemi urbani, mettendo fuori dalla porta l’Ispra che ha un curriculum indiscutibile a riguardo; ha annacquato la misura che prevedeva un preciso e rapido censimento delle aree dismesse al fine di destinarle a interventi di depavimentazione e così via.
Tutto questo è stato motivato più o meno sempre con la stessa motivazione: “La misura introduce prescrizioni che non trovano fondamento nel Regolamento (Ue) 2024/1991 e che, per le modalità con cui sono formulate, producono effetti anche su situazioni pianificate, autorizzate o consolidate, determinando profili di retroattività e potenziali ricadute sull’assetto della pianificazione urbanistica, dell’attività edilizia e dei procedimenti amministrativi già disciplinati dall’ordinamento vigente. Tali effetti possono determinare rilevanti conseguenze operative per i Comuni, nonché significativi impatti nei confronti dei cittadini e delle imprese, introducendo elementi di incertezza nella gestione delle trasformazioni territoriali”.
Francamente una motivazione che non coglie l’urgenza di questo momento storico; getta dalla finestra l’opportunità che il regolamento europeo per il ripristino della natura offre per riformare l’urbanistica lungo un percorso necessario che fino a oggi nessuna forza politica (e neppure Anci) è stata in grado di fare; considera che il bene dei cittadini sia solo quello di non vedersi stravolgere i potenziali diritti edificatori che alcuni di loro (non tutti) hanno in tasca, quando i diritti dei cittadini (tutti a partire dai più fragili) sarebbero quelli di avere città abitabili e dove non si muore per gli eccessi di caldo o per le alluvioni.
Mi chiedo davvero come si possa frenare sull’ambizione di un piano che traccia un futuro per l’urbanistica sostenibile del Paese, dando in cambio immobilismo e arroccamenti sullo status quo. Dove hanno preso il coraggio per respingere il cambiamento proposto?
Gli emendamenti di Anci ci restituiscono un orizzonte pallido che non potrà mai reggere la sfida di Nrr, condannandoci di nuovo a vedere le nostre città inondarsi di cemento per rimanere ad applaudire a miseri interventi di verde che abilmente verranno comunicati come forieri di chissà quale cambiamento, che non sarà.
Questa certosina rimozione di tutte le ambizioni delle misure del Pnr produce un piano che girerà a vuoto, disegnato su norme incancrenite sul fronte della sfida ecologica e climatica ma funzionanti su quello del diritto e delle abitudini urbanistiche, le stesse che ci hanno portato nella situazione insostenibile in cui siamo.
Non posso che riconoscere in questa posizione di Anci un esercizio ribassista che danneggerà il Paese, accorcerà gli orizzonti dei Comuni e delle future generazioni. Non vedo in questa Associazione nazionale dei Comuni italiani quella descritta nella sua homepage, ovvero l’associazione che storicamente “ha saputo interpretare, e qualche volta ha anticipato, i mutamenti socio-economici, politici e culturali che hanno contribuito all’innovazione del mondo delle Autonomie locali”. Qui non sta né interpretando né anticipando nulla, anzi sta portandoci indietro.
I cambiamenti non si fanno con azioni pallide, con le retromarce e stralciando ogni dose di coraggio. Potremmo dire ad Anci quello che dicono alle associazioni ambientaliste, quando le accusano di essere le signore del “No”. Piuttosto Anci aiuti a traghettare le misure del Pnr in un orizzonte possibile, incalzando i comuni, disseminando i principi innovativi del regolamento europeo per il ripristino della natura. Cose mai fatte dal 2024 a oggi, purtroppo. Tradurre le prescrizioni in possibilità -i “devono” in “possono”-, come Anci ha proposto in vari passaggi dei suoi emendamenti, significa -lo sappiamo bene- rendere innocuo qualsiasi piano.
L’urbanistica dell’adattamento climatico non si fa con i “possono”, ma con i “devono”. Peraltro, è più probabile che siano i “possono” ad aprire a infiniti ricorsi, mentre i “devono” con le loro regolazioni chiare li limitano, al contrario di quel che vogliono farci pensare.
Mi rendo perfettamente conto che oggi questi “devono” sono graffianti e possono anche danneggiare le abitudini dei titolari (alcuni cittadini, imprese e fondi finanziari) di potenzialità trasformative, ma oggi c’è in gioco l’adattamento dei luoghi abitati da tutti a un profilo ecologico delle città che consente a tutti di vivere senza morire o ammalarsi.
Stralciare il riferimento all’approccio “One Health” (anche questo hanno fatto) è un atto grave che ci fa perdere una opportunità di crescita culturale e politica importantissima e che aiuta a dimenticare una responsabilità ben precisa dei sindaci, quella di essere loro stessi i primi garanti della salute di tutti i cittadini. Salute che non migliora aumentando le aree cementificate, non migliora evitando di asciugare i piani da previsioni urbanistiche inutili e pericolose, non migliora lasciando cementificare le aree verdi già previste nei piani, non migliora con ragionamenti da “manuale Cencelli” che si asserraglia sullo status quo.
Per tutto questo, e altro, trovo particolarmente grave, culturalmente parlando, l’iniziativa obliterante di Anci. Non è un caso che l’Associazione nazionale dei costruttori edili (Ance) abbia diffuso un comunicato di piena soddisfazione del documento di Anci: “Contiene numerose considerazioni che riprendono le osservazioni già evidenziate da Ance nel corso delle interlocuzioni con il ministero”. Un matrimonio inedito.
Un blocco unico quello tra Ance e Anci che non si vedeva da decenni. Dai costruttori ci aspettiamo contrarietà a un Pnr dalla parte del verde e non del cemento. Ad Ance probabilmente il regolamento europeo è sempre andato di traverso. D’altronde lei difende i costruttori, non come l’Anci il cui obiettivo fondamentale è “rappresentare e tutelare gli interessi dei Comuni”, che al mio paese significa difendere l’interesse comune ovvero di tutti i cittadini presenti e futuri ben al di là degli interessi particolari e privati di una categoria, quella dei detentori di potenziali di variazione d’uso del suolo o quella degli investitori immobiliari, per dire. Non può, quindi, che sorprendere, fino alle lacrime, la convergenza così millimetrica tra Anci e Ance.
Chiudo chiedendomi se davvero i Comuni sono al corrente della demolizione del Pnr da parte della loro associazione. Se lo sono, sono pregati di dirlo e confermare il loro pieno consenso. Al contrario, se non sono stati interpellati davanti a un fatto epocale di tale importanza, li pregherei di uscire allo scoperto, lamentarsi, esprimere il loro dissenso.
I sindaci e assessori (tanti) che ho incontrato in questi mesi mi hanno sempre detto di non essere stati messi al corrente di nulla, di non aver ricevuto nemmeno una mail, di non essere stati convocati da nessuna parte, di non aver appreso da Anci neppure dell’esistenza del Regolamento europeo. È talmente alta la posta in gioco che credo sia giunto il momento di giocare a carte scoperte. I sindaci e le sindache che hanno ragionevoli dubbi su questo stato di cose alzino la voce, dicano da che parte stanno, blocchino questa iniziativa. Non dimentichiamoci che non esprimere dissenso, significa dare taciti assensi, come ci ha insegnato Hannah Arendt.
Approfitto anche per dire che all’audizione indetta dal ministero dell’Ambiente il 23 luglio per ascoltare le rappresentanze delle associazioni e delle società scientifiche urbanistiche, Anci era convocata ma non si è presentata. Chi di noi era presente non ha quindi avuto modo di sentire le ragioni dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani e di conoscere chi la rappresentava a quel tavolo (Sindaci? Tecnici? A seguito di un mandato ricevuto da una qualche assemblea interna?). Peraltro in quell’occasione importante la maggior parte delle associazioni e società scientifiche era favorevole al Piano nazionale di ripristino della natura così come era formulato, a meno di lievi modifiche (tranne i costruttori dell’Ance, che hanno dichiarato la propria contrarietà).
Spero che il ministero dell’Ambiente rigetti le proposte di Anci e di Ance. Ma temo che questo non avverrà. Se le accoglierà, a mio parere, il Piano di ripristino della natura si trasformerà in qualcosa di talmente debole che sarà (me lo auguro) respinto dalla Commissione europea, condannandoci all’ennesima figuraccia (che volentieri eviterei), precludendoci dai fondi che saranno messi a disposizione e rendendo tutto ancor più complicato per i Comuni.
Torno a dire che siamo sulla soglia di un potenziale percorso ambizioso. Incerto perché i nostri riferimenti giuridici sono vetusti, ma ambizioso perché dà nuova aria all’urbanistica. Un percorso dove siamo pronti -lo abbiamo detto anche come Siu- a tiraci su le maniche per aiutare i Comuni a stare dalla parte del Regolamento europeo senza se e senza ma. Siamo pronti ad aiutarli nella relazione con i cittadini. Personalmente respingo ogni rinuncia a precluderci queste ambizioni.
Non abbiamo nessuna intenzione di perdere questo treno e di accontentarci di un Pnr ribassista, che ripristinerà il cemento e non la natura, nei fatti. Per favore, non gettate via l’ambizione in cambio di una certezza asfittica. Sindache e sindaci che siete dalla parte del suolo e della natura fate sentire la vostra voce.
Finisco con una celebre frase di Franco Cassano (1996, “Il Pensiero Meridiano”) che porto sempre con me e che si adatta perfettamente al momento in cui siamo: “Siamo poveri di beni pubblici perché essi possono vivere solo se sono diffuse piccole dosi di coraggio, di rispetto per la bellezza e di riguardo per i luoghi da cui non si possono escludere gli altri. Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente incrementato il nostro bottino privato ma quando avremmo restituito a tutti le strade, le spiagge i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà visitarci. Non è possibile togliere il potere ai piazzisti se non si scopre la differenza tra esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale”.
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