05/09/2026
GIUSTIZIA CLIMATICA E GIUSTIZIA SOCIALE. Tra guerre, autoritarismi e crisi della democrazia SYMPOSIUM ON SOCIAL TRANSITION AND CLIMATE CHANGE – V° EDIZIONE. 7-8 settembre 2026
Giustizia climatica e giustizia sociale tra guerre, autoritarismi e crisi della democrazia sono i temi che verranno affrontati nell’edizione del Symposium 2026, a cui siamo invitati a partecipare come Forum.
Come Forum abbiamo accolto con entusiasmo l’invito e ci saremo, con la voglia di confrontarci e di portare il nostro contributo.
Giustizia climatica e giustizia sociale tra guerre, autoritarismi e crisi
della democrazia
Il tema di questo Symposium ci invita a pensare insieme ciò che la politica
contemporanea continua a separare.
Crisi ecologica, emergenze ambientali, disuguaglianze sociali, autoritarismi e guerre
non sono fenomeni isolati. Nascono dalle stesse dinamiche economiche e politiche e
si rafforzano reciprocamente. Le guerre non rappresentano soltanto tragedie
umanitarie: sono anche disastri ecologici di enorme portata che alimentano un
circolo vizioso.
Secondo il filosofo Mauro Ceruti, la crisi climatica è il nodo centrale del nostro
tempo. È «il solo grande problema, perché al suo interno racchiude tutte le altre
questioni globali, dalle migrazioni ai conflitti». Il punto è che non si può più
affrontare una crisi isolandola dalle altre. Il mondo contemporaneo è un sistema
in cui guerre, migrazioni, energia, ambiente e sicurezza sono indissolubilmente
legati.
«Viviamo una condizione inedita e complessa, ma rischiamo di leggerla con occhiali
obsoleti». Siamo tutti interdipendenti a livello globale, condividiamo lo stesso destino
e le stesse vulnerabilità, ma continuiamo a decidere come se fossimo separati.
Questo scarto è il terreno dove crescono crisi della democrazia, guerre e
autoritarismi.
Possiamo riassumere questo nodo cruciale in alcuni punti fondamentali:
Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale
Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale: è un problema umano
e di uguaglianza. I paesi più ricchi hanno storicamente prodotto la maggior parte dei
gas serra, ma i paesi più poveri ne subiscono gli effetti peggiori, come siccità
estreme e alluvioni, pur avendo inquinato pochissimo. Quando il mare si alza o la
terra diventa deserto, intere comunità perdono tutto.
L’inazione dei governi e l’assenza di valide politiche di mitigazione e adattamento
all’emergenza climatica hanno un impatto ineguale sulle popolazioni.
Non si può curare il pianeta senza curare la società. Proteggere l’ambiente
significa proteggere i diritti delle persone più deboli.
La guerra è il nemico di ogni transizione ecologica
La crisi climatica genera guerre anche per la scarsità di risorse, ma i conflitti, a loro
volta, aggravano la crisi climatica. Distruggono ecosistemi, aumentano le emissioni inquinano l’acqua, l’aria, il suolo e bloccano ogni transizione ecologica. È un circolo
vizioso che ci distrugge.
Le guerre uccidono e spezzano l’interdipendenza che ci lega, distogliendoci dal
compito inedito che abbiamo: costruire istituzioni capaci di gestire i beni comuni
planetari.
La transizione ecologica giusta
Di fronte a questa complessità, la transizione necessaria non è un semplice
passaggio tecnico dal “fossile” al “rinnovabile”. Serve una metamorfosi di civiltà.
Significa passare da un antropocentrismo predatorio a un antropocentrismo della
responsabilità. L’uomo può decidere di “convertirsi” alla conversione ecologica di
cui parlava Alexander Langer, che richiede di:
pensare in termini di interdipendenza: guerre, crisi climatica, lavoro, salute e
democrazia sono parti dello stesso problema.
riconoscersi terrestri: accettare che la nostra sopravvivenza dipende dalla cura
del mondo. Per due secoli abbiamo pensato che il progresso fosse diventare
indipendenti dalla Terra. Oggi scopriamo che il vero progresso è diventare
consapevolmente interdipendenti.
costruire un’alleanza tra umanesimo e scienza: capace di tenere insieme
conoscenza, cura e limite. Bisogna agire sulle cause. Adattarsi senza cambiare le
cause significa solo amministrare la catastrofe.
Ma la transizione non si farà entro il paradigma neoliberista
Il neoliberismo è il modello che ha liberalizzato i profitti e socializzato le perdite,
trasformando ogni bene comune – acqua, suolo, aria, conoscenza – in merce, e ogni
legame sociale in competizione. Non si può chiedere al meccanismo che ha creato il
problema di risolverlo.
I Governi hanno ostacolato le misure necessarie per una transizione rapida e giusta,
continuando a investire nel sistema fossile e nel riarmo. Uscire dal neoliberismo
significa rimettere al centro il pubblico, la comunità, il limite e la cura.
La politica è bloccata perché risponde alle lobby dei combustibili fossili piuttosto che
all’interesse collettivo. I governi insistono sulla strada fallimentare della crescita
fondata sul fossile. Le Istituzioni internazionali sono sempre più deboli.
Serve un’inversione di rotta. Non possiamo aspettare la catastrofe Se i governi non fanno le scelte necessarie, spetta ai cittadini attivarsi e indicare la
strada. Il momento di cambiare rotta è adesso.
È necessaria una grande mobilitazione dal basso per contrastare la dipendenza
dalle fonti fossili e il loro legame con il sistema militare.
Chi lotta per il disarmo e chi lotta per la giustizia climatica deve connettersi per
cambiare i rapporti di forza, contrastando anche la pericolosa torsione autoritaria che
restringe gli spazi democratici.
Questa saldatura tra movimenti è possibile. Nel 2018 nessuno si aspettava la
nascita dei Fridays For Future, che nel 2019 ha portato lo sciopero globale in 157
paesi, in 7 continenti..
Passando dal globale al locale
Analogamente, pensiamo che sia fondamentale la partecipazione dei cittadini per
avviare i grandi cambiamenti necessari a una nuova visione delle città fondata sul
bene comune. Una visione che sappia intrecciare il contrasto alla crisi climatica con
l’equità e la lotta alle diseguaglianze. Trasformare le città non è solo un obiettivo
locale: è un modo di prendersi cura del pianeta,
Come Forum Ferrara Partecipata, integrando democrazia, diritti e crisi
eco-climatica, stiamo costruendo proposte dal basso per un rinnovamento concreto
del nostro territorio: sui temi della partecipazione dei cittadini al governo della città,
della decarbonizzazione, con progetti su mobilità, comunità energetiche, risparmio
energetico, verde pubblico, della tutela dei beni comuni per la ripubblicizzazione
dei servizi.
della democrazia
Il tema di questo Symposium ci invita a pensare insieme ciò che la politica
contemporanea continua a separare.
Crisi ecologica, emergenze ambientali, disuguaglianze sociali, autoritarismi e guerre
non sono fenomeni isolati. Nascono dalle stesse dinamiche economiche e politiche e
si rafforzano reciprocamente. Le guerre non rappresentano soltanto tragedie
umanitarie: sono anche disastri ecologici di enorme portata che alimentano un
circolo vizioso.
Secondo il filosofo Mauro Ceruti, la crisi climatica è il nodo centrale del nostro
tempo. È «il solo grande problema, perché al suo interno racchiude tutte le altre
questioni globali, dalle migrazioni ai conflitti». Il punto è che non si può più
affrontare una crisi isolandola dalle altre. Il mondo contemporaneo è un sistema
in cui guerre, migrazioni, energia, ambiente e sicurezza sono indissolubilmente
legati.
«Viviamo una condizione inedita e complessa, ma rischiamo di leggerla con occhiali
obsoleti». Siamo tutti interdipendenti a livello globale, condividiamo lo stesso destino
e le stesse vulnerabilità, ma continuiamo a decidere come se fossimo separati.
Questo scarto è il terreno dove crescono crisi della democrazia, guerre e
autoritarismi.
Possiamo riassumere questo nodo cruciale in alcuni punti fondamentali:
Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale
Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale: è un problema umano
e di uguaglianza. I paesi più ricchi hanno storicamente prodotto la maggior parte dei
gas serra, ma i paesi più poveri ne subiscono gli effetti peggiori, come siccità
estreme e alluvioni, pur avendo inquinato pochissimo. Quando il mare si alza o la
terra diventa deserto, intere comunità perdono tutto.
L’inazione dei governi e l’assenza di valide politiche di mitigazione e adattamento
all’emergenza climatica hanno un impatto ineguale sulle popolazioni.
Non si può curare il pianeta senza curare la società. Proteggere l’ambiente
significa proteggere i diritti delle persone più deboli.
La guerra è il nemico di ogni transizione ecologica
La crisi climatica genera guerre anche per la scarsità di risorse, ma i conflitti, a loro
volta, aggravano la crisi climatica. Distruggono ecosistemi, aumentano le emissioni inquinano l’acqua, l’aria, il suolo e bloccano ogni transizione ecologica. È un circolo
vizioso che ci distrugge.
Le guerre uccidono e spezzano l’interdipendenza che ci lega, distogliendoci dal
compito inedito che abbiamo: costruire istituzioni capaci di gestire i beni comuni
planetari.
La transizione ecologica giusta
Di fronte a questa complessità, la transizione necessaria non è un semplice
passaggio tecnico dal “fossile” al “rinnovabile”. Serve una metamorfosi di civiltà.
Significa passare da un antropocentrismo predatorio a un antropocentrismo della
responsabilità. L’uomo può decidere di “convertirsi” alla conversione ecologica di
cui parlava Alexander Langer, che richiede di:
pensare in termini di interdipendenza: guerre, crisi climatica, lavoro, salute e
democrazia sono parti dello stesso problema.
riconoscersi terrestri: accettare che la nostra sopravvivenza dipende dalla cura
del mondo. Per due secoli abbiamo pensato che il progresso fosse diventare
indipendenti dalla Terra. Oggi scopriamo che il vero progresso è diventare
consapevolmente interdipendenti.
costruire un’alleanza tra umanesimo e scienza: capace di tenere insieme
conoscenza, cura e limite. Bisogna agire sulle cause. Adattarsi senza cambiare le
cause significa solo amministrare la catastrofe.
Ma la transizione non si farà entro il paradigma neoliberista
Il neoliberismo è il modello che ha liberalizzato i profitti e socializzato le perdite,
trasformando ogni bene comune – acqua, suolo, aria, conoscenza – in merce, e ogni
legame sociale in competizione. Non si può chiedere al meccanismo che ha creato il
problema di risolverlo.
I Governi hanno ostacolato le misure necessarie per una transizione rapida e giusta,
continuando a investire nel sistema fossile e nel riarmo. Uscire dal neoliberismo
significa rimettere al centro il pubblico, la comunità, il limite e la cura.
La politica è bloccata perché risponde alle lobby dei combustibili fossili piuttosto che
all’interesse collettivo. I governi insistono sulla strada fallimentare della crescita
fondata sul fossile. Le Istituzioni internazionali sono sempre più deboli.
Serve un’inversione di rotta. Non possiamo aspettare la catastrofe Se i governi non fanno le scelte necessarie, spetta ai cittadini attivarsi e indicare la
strada. Il momento di cambiare rotta è adesso.
È necessaria una grande mobilitazione dal basso per contrastare la dipendenza
dalle fonti fossili e il loro legame con il sistema militare.
Chi lotta per il disarmo e chi lotta per la giustizia climatica deve connettersi per
cambiare i rapporti di forza, contrastando anche la pericolosa torsione autoritaria che
restringe gli spazi democratici.
Questa saldatura tra movimenti è possibile. Nel 2018 nessuno si aspettava la
nascita dei Fridays For Future, che nel 2019 ha portato lo sciopero globale in 157
paesi, in 7 continenti..
Passando dal globale al locale
Analogamente, pensiamo che sia fondamentale la partecipazione dei cittadini per
avviare i grandi cambiamenti necessari a una nuova visione delle città fondata sul
bene comune. Una visione che sappia intrecciare il contrasto alla crisi climatica con
l’equità e la lotta alle diseguaglianze. Trasformare le città non è solo un obiettivo
locale: è un modo di prendersi cura del pianeta,
Come Forum Ferrara Partecipata, integrando democrazia, diritti e crisi
eco-climatica, stiamo costruendo proposte dal basso per un rinnovamento concreto
del nostro territorio: sui temi della partecipazione dei cittadini al governo della città,
della decarbonizzazione, con progetti su mobilità, comunità energetiche, risparmio
energetico, verde pubblico, della tutela dei beni comuni per la ripubblicizzazione
dei servizi.

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