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20/12/2023

Riflessioni dopo l’iniziativa pubblica sulla democrazia partecipativa

Paolo Ceccherelli

L’immagine che il professor Lewansky ci ha fornito nella sua conferenza è stata molto suggestiva. L’aver trattato il tema con tecniche comunicative di libera associazione concettuale ci ha arricchito di intenzioni positive verso la proposta di una “partecipazione deliberativa” ma ….. dopo la fascinazione ritornando tra le ombre della realtà tutto ha perso luminosità: dopo una immagine splendente, il buio e nessun strumento per orientarsi. Siamo noi a dover dare una forma a questi buoni propositi? Ma come?!

Come qualsiasi oggetto percepito ha una sua ombra per essere considerato possibile così una idea, un progetto ha una sua dimensione invisibile per rendersi realizzabile. E’ proprio su questo che mi sembra necessario trovare il modo di lavorare. A mio giudizio anche la “partecipazione deliberativa” se non si realizza in pratiche sociali vive può diventare un carrozzone per esercitazioni laterali a pratiche politiche tradizionali cioè, in definitiva, generare attività lontane dall’essere momenti di crescita e consolidamento di comunità nel loro ruolo sociale.

Perché suggerimenti e suggestioni su un progetto possano trovare la propria forma reale è necessario che si avviino processi reali di sviluppo e apprendimento tra soggetti consapevoli di essere titolari di interessi legittimi. Dare sostegno alla formazione di gruppi sociali che per appartenenza o per competenza siano in grado di costituirsi come soggetti attivi sul territorio diventa un obiettivo auspicabile.

La sperimentazione, ad esempio, è stata indicata come inutile dal professore; in realtà, a mio giudizio, è molto utile non tanto per fornire risultati di legittimazione al progetto – e su questo ha ragione Lewansky quando sostiene che non servono ulteriori conferme dell’efficacia della sua proposta – quanto per rendere viva e trovare modalità attraverso cui la “partecipazione deliberativa” diventa uno strumento acquisito e praticabile nel tempo ed in diverse situazioni.

In definitiva, non si possono affrontare dinamiche sociali complesse senza dare impulso a relazioni vive in processi aperti e curare confronti con tutti i soggetti coinvolti.

Per poter cogliere le opportunità però, bisogna essere in grado di saperle individuare e rileggere. Di qui la necessità di sviluppare quelle capacità di ascolto e di osservazione del nostro mondo esterno così come coltivare riflessioni e riconoscimenti del nostro mondo interiore (queste capacità sono riferibili sia al singolo individuo che ad una organizzazione complessa).

In questo processo strategico di sviluppo organizzativo e sociale si possono riassumere tre momenti sostanziali:

-L’osservazione e la sua interpretazione

-L’intervento e la sua sperimentazione

-La definizione del progetto e la sua esecuzione, l’idea e la struttura

La sequenzialità è del tutto arbitraria. Ciascuno di questi momenti si articola in polarità che possono esprimersi in conflittualità o rigenerarsi in armonia ed accordi. Il “come” sviluppare processi di effettiva realizzazione di scelte comuni e condivise viene ad essere di strategica importanza per il successo e l’efficacia degli interventi individuati e solo l’esperienza ci può fornire suggerimenti effettivi.

Il primo delicato momento di avvio di qualsiasi percorso di sviluppo è quello che riguarda la capacità di osservare la realtà delle situazioni che ci interessano nella molteplicità degli elementi che le descrivono. Non concentrare in poche mani l’esclusività dei rilievi e delle valutazioni e riuscire a produrre una visione multi-prospettica, non ancorata a pregiudizi e preconcetti, sul fenomeno osservato possono essere obiettivi non trascurabili. La complessità dei fenomeni trova nella centralizzazione di strutture decisionali modalità di rallentamento nel fare e vischiosità nei risultati perseguibili.

Il secondo momento è costituito da quelle scelte ed interventi possibili che possono emergere dal confronto con la memoria delle esperienze condotte: il confronto tra le diverse linee interpretative e tra le diverse forme di intervento nella loro sperimentazione sembra essere un passaggio indispensabile per arrivare alla formulazione di un progetto efficiente ed efficace.

In questo percorso, la capacità di dialogo mi sembra essere la facoltà indispensabile: riuscire a portare non solo i singoli cittadini ma anche leaders e organizzazioni, operatori qualificati e tecnici competenti a riconoscere il bisogno di sviluppare capacità personali di pensiero aperto, inclusivo e capacità di ascolto dovrebbe essere un obiettivo centrale per sviluppare sensibilità a forme di dialogo “generativo”.

Il risultato finale sarà una diagnosi articolata del tema trattato che può condurci con discreta attendibilità all’individuazione di un progetto concreto di interventi realizzabili.

L’ultimo momento del processo completa e consolida le attività ed i ruoli di esercizio individuati come necessari in una visione condivisa tra tutti gli attori reali della situazione in considerazione e definisce un progetto che individua modalità e tempistica per una concreta ed efficiente operatività. Anche su questo piano le possibilità di formare e sviluppare strategie di collaborazione e potenziamenti professionali e tecnici sono diverse e non possono che essere obiettivi da proporsi in itinere.

In definitiva, proporrei di lavorare insieme su questi aspetti, anche con l’ausilio di esperti, per un percorso che si ispira a collaborazioni e forme attive di partecipazione diretta in gruppi sociali e comunità.

 

 


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